BERGAMO – IL RICORDO Felice Gimondi, il ragazzo di paese che si fece campione

Quel 1965 fu un anno di orgogli delegati. La bici l’avevamo tutti, anche se al paese non c’era mai stata pianura. O si saliva o si girava la bici e si scendeva. Non c’era ancora stata la consacrazione musicale delle discese ardite e delle risalite, ma le si praticava ogni giorno, perfino nei girelli di sabbia con le biglie dove ognuno sceglieva di interpretare il suo campione preferito.

E su una “Bianchi” col manubrio corto cercammo di imitare lo stile di corsa del ragazzo di Sedrina che non muoveva le spalle nemmeno sotto fatica, non si alzava sui pedali nemmeno in salita. Sul “ratù” della Presolana, con quella “Bianchi sport” con rapporto unico, più che alzarci sui pedali dovemmo scendere e andar su spingendo la bicicletta, vergognandoci un po’ quando incrociavamo qualche auto.

Si chiamava Felice Gimondi, quel ragazzo che vinceva il Tour nel ‘65, dopo cinque anni dalla storica vittoria di Gastone Nencini, allora a capo della “nazionale” (si correva allora non a squadre di club, ma di nazionalità).

Felice era uno delle valli bergamasche.

Al Giro era arrivato terzo, senza fare davvero il gregario di Vittorio Adorni.

Il gregario

Nessuno di noi sognava di fare il gregario, quello, lo si sentiva alla radio, era chi si fermava alle fontane a riempire la borraccia del suo capitano e faceva fatica doppia senza gloria.

Non era già più quel ciclismo, ma la narrazione che avevamo immagazzinato nella fantasia dai racconti epici di Gianni Brera e Giampaolo Ormezzano era ormai in memoria (non per niente il 1965 è nella storia l’anno in cui in Italia si vendettero più giornali).

Noi si sognava di battere tutti in salita e chi restava indietro si rifaceva in discesa e uno di noi andò per le terre in curva strisciando sulla ghiaia di quelle strade montane tracciate per i carretti anche se in paese c’era già chi aveva comprato un’auto che era cosa da signori. …

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