BERGAMO – Dazi, dal Parmesan al Cambozola, i finti formaggi italiani. Allevatori bergamaschi preoccupati per il dilagare imitazioni e il calo dei consumi

Dal Parmesan realizzato negli Stati Uniti al Cambozola che arriva dalla Germania, per la prima volta a Bergamo è stata apparecchiata dalla Coldiretti provinciale la “tavola degli inganni” con diversi esempi di formaggi che imitano le vere produzioni italiane, scovati in giro per il mondo, a cominciare proprio da quelli realizzati negli Stati Uniti d’America dove il 99 per cento dei formaggi di tipo italiano sono tarocchi. Lo rende noto la Coldiretti Bergamo in occasione dell’apertura di “Forme”, la manifestazione dedicata all’arte casearia e nel giorno in cui entrano in vigore i dazi americani sui prodotti europei.

“In concomitanza dell’avvio delle nuove barriere economiche volute dal Presidente americano Trump – spiega Alberto Brivio, Presidente di Coldiretti Bergamo –, in un evento dedicato ai prodotti lattiero-caseari, non poteva mancare un momento di sensibilizzazione sul dilagare delle imitazioni dei formaggi italiani nel mondo, una piaga che interessa allevatori, casari, stagionatori, gastronomi e consumatori”.

“Il fenomeno del falso made in italy ha raggiunto cifre pazzesche – afferma Brivio – e ha ormai oltrepassato i 100 miliardi di euro di valore, di cui circa 24 miliardi attribuibili ai nostri formaggi più famosi copiati negli Stati Uniti. Il danno per la nostra economia è enorme, non solo perché ci sottrae quote di mercato ma anche perché c’è il rischio che i consumatori stranieri percepiscano come eccellenze italiane prodotti che invece hanno una scarsa qualità e ne restino delusi”.

A differenza di quanto avviene per altri articoli come la moda o la tecnologia, a taroccare il cibo italiano non sono i Paesi poveri, ma soprattutto quelli emergenti o i più ricchi a partire proprio dagli Stati Uniti. Le brutte copie dei prodotti caseari nazionali ha avuto una crescita esponenziale negli ultimi 30 anni raggiungendo complessivamente i 2,5 miliardi di chili e sono realizzate per quasi i 2/3 in Wisconsin e California mentre lo Stato di New York si colloca al terzo posto. In termini quantitativi in cima alla classifica  c’è la mozzarella con 1,97 miliardi di chili all’anno, seguita dal Parmesan con 192 milioni di chili, dal provolone con 181 milioni di chili, dalla ricotta con 113 milioni di chili e dal Romano con 25 milioni di chili realizzato però senza latte di pecora, secondo lanalisi della Coldiretti su dati Usda, il Dipartimento dell’agricoltura statunitense.

In Fiera a Bergamo la “tavola degli inganni” è stata apparecchiata anche con altre imitazioni provenienti dalla Stati Uniti come il Romano, l’Asiago  e il Romano Cheese, ma ci sono anche il Reggianito prodotto in Argentina, il Parmesan dolce prodotto in Russia, il Crotonese prodotto in Canada, il Ricotta Cheese prodotto in Sudafrica, la Zottarella prodtta in Germania e il Romanello prodotto in Canada.

“L’imitazione dei formaggi Made in Italy – prosegue Brivio – è una grave incognita anche per gli allevatori bergamaschi in quanto rappresenta un concreto pericolo per le dinamiche del mercato del latte in generale, se poi aggiungiamo anche l’effetto dei dazi, la situazione è ancora più problematica”.

Secondo Coldiretti, per i prodotti agroalimentari Made in Italy colpiti dai superdazi di Trump si prevede un calo del 20% delle vendite. Dal Parmigiano Reggiano al Grana Padano fino al Gorgonzola ma anche salumi, agrumi, succhi e liquori, nella black list decisa dalla Rappresentanza Usa per il commercio (Ustr) ci sono beni alimentari per un valore delle esportazioni di circa mezzo miliardo di euro colpiti da dazi aggiuntivi che  provocano il rincaro dei prezzi al consumo ed una preoccupante riduzione degli acquisti da parte dei cittadini e ristoratori statunitensi.

Il dazio per il Parmigiano Reggiano e per il Grana Padano ad esempio passa, spiega Coldiretti, dagli attuali 2,15 dollari al chilo a circa 6 dollari al chilo. Il risultato è che il consumatore americano lo dovrà acquistare sullo scaffale ad un prezzo che sale dagli attuali circa 40 dollari al chilo ad oltre i 45 dollari, con una conseguente frenata dei consumi.