ARDESIO – IL RICORDO DI PEPI FORNONI – Dieci anni senza il Pepi

Già dieci anni. Dieci anni senza il Pepi, senza la sua presenza sempre così discreta ed attenta, i suoi editoriali così originali  che graffiavano e carezzavano nello stesso tempo, le sue spigolosità e le sue tenerezze improvvise,  l’amore sconfinato e dolente per la sua gente e la sua terra, il suo sorriso, le lacrime di cui non si vergognava, le sue poesie piene di candore e di dolore.

Pepi era un poeta anche quando scriveva i suoi indimenticabili editoriali per il nostro giornale: “Caro Piero”, cominciavano sempre così, quasi a sottolineare che lui voleva parlare da persona a persona,  senza mettersi sul  pulpito; anche se puoi i suoi scritti, sempre molto attesi e molto apprezzati dai Lettori, erano spesso più efficaci degli editoriali delle cosiddette ‘grandi firme’ e più significativi di tante omelie…

Quando vado a trovarlo al Camposanto, rifletto che  la sua tomba ben  lo rappresenta:  semplicissima, un rettangolino di legno e pietra, i materiali con cui ha lavorato per tutta la vita – e spesso dialogato,  visto che per lui anche la materia aveva un’anima -. E defilata, quasi appoggiata al muro proprio come spesso faceva lui, seduto su qualche muretto del paese a osservare, a pensare, a “magàla” sulle sue mattane e sulle sue tragedie e su quelle del mondo.

 “Ciao té – gli dico mentalmente ritrovando la nostra bella confidenza  di vecchia data – non hai idea di quanto ti rimpiangiamo tutti quanti, e non solo noi di Araberara… “. Lui mi guarda dalla foto con quegli occhi e quel sorriso un po’ così in cui ho sempre letto insieme l’ironia e la pietà, l’indignazione e la compassione, il disincanto e la fede dolorosa, la fatica di vivere di chi non rinuncia a ragionare con la propria testa.

“Dóm, dai, dàga là, cünta mia söstüpidàde…”, sembra dirmi, da montanaro alieno dai complimenti e dalle melensaggini.

Anche quando l’avevo visto per l’ultima volta era stato così: poiché gli avevo spesso parlato di una poetessa americana che amavo molto, Emily Dickinson, gli avevo portato il suo libro  alcuni giorni prima, perché da malato aveva tanto tempo per leggere. Mi confessò allora che nei suoi versi  aveva scoperto pensieri profondissimi e affinità impensate, che sentiva, misteriosamente, appartenere anche a lui. Gli dissi  che non c’era nessun mistero: l’umanità, quella vera, quella profonda, è la stessa per tutti, in ogni luogo e in ogni tempo; e la poesia, amica dolorosa ma fedele, è “un’intelligenza del cuore, e del mondo”, un appello irrefutabile alla propria verità, una cosa che non insegna proprio nulla tranne che il senso della vita. E che anche per lui la poesia fosse proprio questo l’avevo capito ancora prima, tanti anni fa, in una serata di marzo fredda e serena a Marinoni di Valcanale, dove insieme ai suoi amici celebrava “ol lönedé di macc”;  recitava le sue poesie intercalate dal rullare dei tamburi e dei bonghi dei suoi Monelli e diceva:

“Suonano i bonghi/ stanotte/ i ragazzi dai mille volti./ Siamo in pochi a sentire/ queste urla di rabbia/ di ribellione infantile./ Gridano i tamburi/ il lavoro che manca/ la scuola che è assente/gli amori stravolti. (…) Siamo in pochi a sentire / quel disagio che sale/ Anche Dio/ in questa notte di luna/ dorme da un’altra parte”.

L’avevo capito così che il Pepi era uno strano poeta-capomastro-missionario-buon samaritano, che nel deserto educativo dei nostri paesi era diventato un punto di riferimento per tanti ragazzi feriti dalla loro stessa fragilità e dall’emarginazione culturale che nelle nostre valli colpiva e colpisce più che altrove. Quella sera dava voce alla loro sofferenza, alla loro diversità vissuta come inferiorità, alla loro ribellione impotente, alla rivendicazione quasi patetica della loro “follia”…Dava voce al loro disagio e così lo esorcizzava: compito “sacerdotale” quanto mai, compito sacro che tanti sacerdoti veri hanno smesso  di svolgere da un pezzo. Ecco, anche questo avevo pensato, che il Pepi sarebbe stato un ottimo prete di strada e di oratorio, perché i veri preti sono mossi dall’amore e muovono amore. Che poi è quello che anche lui credeva essere Dio: amore e basta, al di là e al di sopra di tutte le fedi, di tutte le ideologie, di tutte le teologie.

Ed è ripensando a tutto questo, a quanto i suoi  pensieri e i suoi scritti e i suoi versi sono più attuali che mai in questi tempi cupi e confusi, che non lo dimentichiamo. Che non possiamo dimenticarlo….

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