ARDESIO – APPUNTI DI VIAGGIO – Il ritorno a Valcanale tra le macerie di archeologia turistica e… cicatrici

di Luca Catò

Tra i numerosi inconvenienti spiacevoli del Covid c’è sicuramente quello di averci ripetutamente allontanato dai nostri luoghi, dall’altra nostra casa: finalmente siamo però di nuovo in zona gialla e, dopo oltre due mesi, possiamo tornare montagna; oggi si va in val Bondione, ma non sappiamo ancora che percorso fare.

Passiamo il cartello di Ardesio e improvvisamente decidiamo di provare a raggiungere i vecchi impianti di risalita di Valcanale. Non ci andavo dai primi anni ottanta, è una zona che non ho mai frequentato, mi ha incuriosito però il racconto fatto da un’amica, aveva ciaspolato lì intorno con la prima neve di dicembre.

Così si svolta! Ci inerpichiamo a destra, si sale per i gomiti stretti della rampa laterale.
Mentre usciamo dal ridotto dei tornanti, superata la spalla ripida dell’ingresso, ci sorprende sempre come la valle, in realtà, sia ampia e il paesaggio subito si distenda. Con la custodia austera delle rocce del Monte Secco e dell’Arera, i prati prendono coraggio e spingono, sforzano sulla schiena del fondovalle, così la strada scivola dritta, quasi in mezzo, e l’abbraccio del profilo dei monti, in fondo – dove scollinano i passi verso la Val Brembana – diventa un orizzonte aperto, desiderabile.
«È sempre bella questa valle», confido a Carla.
Lei annuisce, ha lo stesso pensiero.
Eppure non dovrebbe sorprenderci, l’ultima volta che ci siamo venuti era solo ottobre, e, oggi, non c’è nulla nel clima che induca a qualche sfogo idillico: fa freddo, nuvole pesanti ingombrano in giro; è una giornata livida, più da sosta davanti al camino che da gita tra i boschi.
Mentre guido noto cose che avevo già visto in autunno, ma quel giorno era in pieno sole. Forse è il grigio di oggi ad elevarle alla mia attenzione… osservo perciò, sulla sinistra, che un tratto ampio di bosco è stato completamente svuotato. La stessa cosa succede, poco più avanti, alla mia destra: qui maggiormente si rileva che il terreno, divelto dal vegetale, ha un aspetto dilavato, con tratti di frana. Sul margine della strada, un cumulo imponente di tronchi, ben allineati e ripuliti, danno il segno del lavoro in campo. Ci chiediamo quale sia il senso, sembra un’operazione vorace, poco assennata. Dietro ad una curva, un ampio spiazzo, sembra un parcheggio ancora chiuso, ci accoglie come uno spalto in mezzo alle montagne, anche questo attira la nostra attenzione: è un’opera appena finita, la sabbia del fondo è tirata meglio che un campo da bocce. Ci domandiamo di nuovo perché e per chi. Probabilmente sono tutte domande illegittime, nascono oggi che il cielo è austero, nulla si muove e la valle sembra disabitata. Certamente la natura avrebbe parole diverse, ma è l’umano che ci distrae, riesce ad essere più eloquente; eppure noi siamo venuti per altro, ne abbiamo un bisogno quasi vitale.
Proseguiamo quindi, su, fino alla sbarra dove termina la strada. Abbandoniamo la nostra auto vicino ad altre tre: qualcuno ha i nostri stessi bisogni. Scavalchiamo l’asta e ci incamminiamo verso la vecchia partenza degli impianti sciistici.

Il sedime asfaltato taglia il pendio roccioso che, in molti punti, presenta segni di crollo: la montagna ha un’indole nel disaggregarsi e puntelli di cemento armato, di ferro, maglie di rete metallica provano a trattenerla; camminiamo in allerta…

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