I 500 NUMERI DI ARABERARA LA STORIA DELLA BELL’ARA CHE BATTE IL 500° COLPO

 

Piero Bonicelli

Cinquecento numeri di Araberara. E’ un pezzo di vita per chi questo giornale l’ha fondato, cresciuto, ma anche per chi ci ha scritto, chi ci ha speso tempo e passione, per chi c’era all’inizio, per chi si è aggiunto strada facendo, per chi non ha mai preso una lira prima e un euro dopo,

per chi ci ha creduto. E alla scadenza del numero tondo naturalmente uno torna indietro negli anni e nemmeno osa rivedersi in immagine che gli viene un colpo. Si nasce (si nasceva?) con quelle che un tempo venivano chiamate “vocazioni” e io, come direbbe Totò, giornalista “lo nacqui”. L’idea di un giornale locale l’ho coltivata fin da ragazzo, in seminario scrissi un articolo su Alere (la rivista del Seminario) in occasione dell’ordinazione dei preti novelli di un anno (1965) che valse, mi disse il mio professore di latino, una riunione tempestosa in Curia, rasentando la lesa maestà se non proprio l’eresia catara di cui racconta Pirandello in una sua novella. E i corsivi che pubblicavo sul giornale murale che avevo inventato in classe, al liceo, venivano vagliati e giudicati con altrettanta severità. Poi, tornatyop al paese, come gruppo giovanile riuscimmo a inventarci un mensile che si chiamava “Rete 4” al tempo in cui c’erano solo due canali Rai (il secondo canale era nato nel 1961) e al paese a fatica già si poteva seguire il primo canale che la battuta era che “per vedere nevicare tanto valeva uscire in piazza, senza vederla in tv” dove l’immagine era appunto da “nevicata” anche in piena estate. Ma quel “Rete 4” stava per l’unione dei 4 Comuni della valle. Era nato come emanazione della “Comunità Giovanile di Scalve”, che don Tito Ravasio (allora un mito per gli studenti di Bergamo, dove aveva fondato “4 meno”, un giornale studentesco satirico) aveva fatto nascere aggregando i giovani scalvini che ogni domenica erano nomadi nei vari paesi con discussioni infinite sui massimi sistemi della valle con qualche puntata senza pretese anche di là dalla Presolana. Poi mi chiamarono a fare il militare, non come Totò a Cuneo, ma a Spoleto e Ascoli e al tempo non si tornava a casa se non dopo mesi e per licenze talmente brevi che si passavano in treno, il tempo poi di arrivare in corriera al paese, salutare i parenti e ripartire. Così quel giornale morì d’inedia. Poi nacquero le radio libere e ci buttammo sulla novità, niente tempi biblici di stampa, si prendeva il microfono e vai a raccontare quello che ti viene in mente che “se una radio è libera ma libera veramente piace ancor di più perché libera la mente”. No, non ci ha liberato. E quante ne abbiamo raccontate, di sciocchezze presuntuose di quelli che volevano cambiare il mondo e si sono ritrovati cambiati e nemmeno in meglio. Ma la radio non lascia dietro niente, come la tv: certo, ci sono le registrazioni, ma sono volatili come il vento di primavera, nessuno rintraccia più quelle tue parole, perdute, come in facebook, nel mare di frasi buttate al vento, che scadono in giornata.

 

E allora ecco il ritorno alla carta stampata, che quella sopravvive, non fosse che nelle polverose biblioteche e tra qualche decennio uno andrà a ricostruire la storia di paesi spulciando tra quelle pagine ingiallite o meno ma che resistono fin che possono e comunque più dell’eternità garantita del web dove trovare il pesciolino Nemo è impresa più ardua che quella di scovare in “20 mila leghe sotto i mari” il vero capitano Nemo con il suo Nautilus.

La testata di questo giornale, fondato nel 1986 e uscito con il primo numero il 10 maggio 1987, è ancora oggi occasione per chiedermi cosa voglia dire. Volevamo fare un giornale che non fosse legato a un paese, una valle, ci sembrava di mettere confini territoriali, di imprigionarci per conto nostro. Già ci sentivamo, se non proprio “ragazzi dell’Europa”, almeno dell’Italia, con qualche puntata perfino all’estero. Certo, era l’ambizione di varcare passi, scavalcare montagne, arrivare fin dove “l’occhio si perde” che ci ha indotto a scegliere un nome non legato al territorio. E allora tutti a pensare a nomi più o meno esotici. Araberara saltò fuori dall’inizio di una filastrocca, quelle che si usavano da bambini per stabilire l’appartenenza a una squadra, ma anche il ruolo nel gioco delle parti, oggi tocca a me e domani a te, hodie mihi, cras tibi, direbbero minacciosamente i latini, oggi a me domani a te, dipende dalla sorte, dalla “conta”, da mille occasioni e situazioni che possono incrociarsi, capovolgersi, sfuggirti o toccarti.

Era una “conta “ stranissima che si trovava in versioni diverse in paesi tra loro lontani. E che aveva radici in una storia cruenta, incrocio tra Venezia Genova e Milano, noi che siamo stati dalla parte veneziana e coltivavamo le leggende sul Fornaretto di Venezia e sulla sua esecuzione “sulla Piazza di S. Marco dove ci sta scritta la tua sentenza”.

C’era una ricerca e raccolta di queste filastrocche, che era stata redatta da Marino Anesa e Mario Rondi.

Ara berara / la melga l’é cara / l’é car al fomét / cosa ‘m gh’ai da fà det?(Leffe)

Ara berara / cuncera curnara / curnara di spì / curnara di soch/ salta fò / chesto pitoch (Vilminore). A Tavernola però il significato era stravolto e diventava totalmente agricolo:

Ara bè, ara / la melga l’é cara / l’é car al fomét / crusanda fo det. Notate che le prime lettere, quelle di Ara, sono sempre distinte dal resto. Infatti sono riferite a una storia di una principessa, la “bella Ara”, adottata dalla famiglia Cornaro di Venezia. Un Cornaro venne nominato ambasciatore presso il Ducato di Milano dove c’era un giovane nobile un po’ scapestrato, di orgini genovesi, il conte Tommaso Marino, megalomane che si costruì un palazzo fastoso (Palazzo Marino, sede del municipio di Milano). Ateo e prepotente il conte Marino si invaghì della principessa Ara Cornaro. Cornaro, di famiglia nobile veneziana e rigido nel giudizio sui costumi del Conte, respinse il suddetto Marino. Che fece rapire, stile Innominato nei Promessi Sposi, la bella Ara. Ma la storia finì malissimo, perché il Conte Marino, si dice per gelosia, la uccise. E non essendoci ancora i settimanali di gossip, la cronaca nera finì in filastrocche e cantastorie. Ecco la versione milanese della storiaccia. “Ara bell’Ara / discesa Cornara / de l’or e del fin / del Conte Marin / strapazza bordocch / dent e foeura trii pitocch, trii pessitt e ona mazzoeura / quest l’é dent e quest l’é foeura”. I “bordocch” erano i preti. I “pessit” erano i pesci dello stemma del Marino, la “mazzoeura” era la mazza. Ma già anche in questa versione si trattava di una filastrocca per il gioco delle parti.

Insomma puntammo anche sulla curiosità per un nome così strano, anche se ci sconsigliavano pronosticandosi vita breve, proprio per quel nome che non indicava una chiara appartenenza territoriale del giornale.

A distanza di quasi 30 anni (li compiremo l’anno prossimo a maggio) quel nome è risultato azzeccato anche nello scavalcare monti e valli.

Anche la “vocazione” amministrativa del giornale all’inizio fu bersaglio di scetticismo, figurarsi, c’è la politica alta, cosa importa alla gente della cresta dei galli nel piccolo pollaio di casa propria?

Il segreto del giornale invece sta tutto lì: cercare (non sempre ci riusciamo) di trattare ogni paese come fosse la capitale del mondo, perché in fondo per chi ci abita quello è il centro del mondo, raccontare storie di gente comune che le storie se le tramanda e se le racconta e se le inventa ogni giorno, magari colorandole un po’, come la filastrocca della testata, come quando le donne che si trovavano al lavatoio del paese si tenevano informate sulle vicende del paese e all’osteria gli uomini facevano a pugni dopo qualche bicchiere di vino dividendosi in partiti opposti, a sostegno del bene del paese, s’intende, e a volte perfino del proprio tornaconto, in un tormentato e faticoso passaggio verso un sistema democratico tutto da imparare e da praticare.

Noi raccontiamo storie di estrema periferia, quelle che rendono vivo un paese che senza storie condivise degrada a dormitorio. Che poi è il mestiere del giornalista. Questo giornale vive per i grandi e piccoli cantastorie che ci scrivono. E per i grandi e piccoli che li leggono. Fin quando ci saranno storie da raccontare noi ci saremo. Il giorno in cui le storie finiranno, finirà anche la storia, anche quella di questo giornale. Che è il sistema migliore per augurarci lunga vita, perché è come augurarla a voi stessi.

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