Aprile 2020 – Torre Boldone – Claudio Sessa e la sua vittoria contro il Coronavirus: “C’è stato un momento in cui ho pensato di non farcela”

“Nuntio vobis, gaudium magnum… ce l’ho fatta! Oggi mi mandano a casa!”. Questo era stato il messaggio liberatorio inviato da Claudio Sessa su whatsapp dalla sua camera di ospedale. Un messaggio scritto la vigilia di Pasqua con una foto signifi cativa: lui che con indice e medio fa il segno “V” di vittoria. In effetti la sua è stata una vittoria contro un nemico invisibile e terribile, quel Covid-19 che da un paio di mesi sta devastando l’intero pianeta. Abbiamo telefonato al vicesindaco (ed ex primo cittadino) di Torre Boldone una decina di giorni dopo il suo ritorno a casa. “Ancora oggi mi sveglio di notte e ripenso a quei 26 giorni di ospedale. È una cosa che non si può descrivere, che ti segna. L’ho vista grigia, ma alla fi ne ce l’ho fatta. Considerando quello che è successo – sottolinea Sessa – posso dire di essere stato fortunato, certamente più fortunato di tutte quelle persone che non ce l’hanno fatta. Anche qui a Torre ci sono stati tanti morti…”. Torre Boldone è infatti uno dei paesi più colpiti dall’epidemia di Coronavirus. Sessa ripensa ai giorni che hanno preceduto il suo ricovero in ospedale. “Mi hanno portato via con l’ambulanza il 18 marzo. Nei giorni precedenti mi sentivo strano, avevo un po’ di febbre, poi ho cominciato a respirare con fatica, non mangiavo più. Devo ringraziare il mio medico di base. Per mia fortuna, infatti, la mia dottoressa è una di quei medici che hanno sempre seguito i pazienti, veniva a trovarmi e non si limitava a sentirmi al telefono. Controllavamo la saturazione e quando questa è crollata – spiega Sessa – a quel punto la dottoressa ha telefonato e mi hanno portato via con l’ambulanza. Se avesse aspettato a chiamare non so come sarebbe andata a finire. Ero io, infatti, che volevo stare a casa. Ricordo quando mi hanno messo sull’ambulanza, la porta che si chiudeva, fuori c’erano i miei cari e pensavo ai tanti che hanno vissuto la stessa scena e, purtroppo, non li hanno più rivisti. a me è andata bene…”. È stato portato a Como. “Sì, perché a Bergamo non c’era posto. Arrivato là, mi hanno portato al triage, al pronto soccorso, che è una cosa toccante, indescrivibile. Io sono stato 30 ore sulla barella, ma altri ci sono stati anche più ore. Lì vedi il caos, ma attenzione, è un caos dovuto al fatto che arrivava un sacco di gente… chi sta male, chi sta malissimo, chi muore; gli operatori tutti bardati che corrono avanti e indietro, fanno fatica a stare dietro a tutti. Come ho detto, è una cosa indescrivibile, chi non c’è stato non può capire. All’ospedale di Como i reparti di Chirurgia sono stati riconvertiti per curare i malati di Covid. MI hanno messo prima in Chirurgia 2, che è un reparto Covid semi-intensivo. Poi, però, quando sono peggiorato, mi hanno spostato in Chirurgia 3, che è più intensiva. Lì mi hanno attaccato al ventilatore polmonare, difficilissimo da sopportare. Volevo ribellarmi – sottolinea il vicesindaco – dicevo ai medici di lasciarmi andare a casa per morire accanto alla mia famiglia, era quella la mia paura più grande. Ma mi hanno convinto che quella di restare lì era l’unica soluzione per poter guarire. Mi hanno convinto e non posso far altro che ringraziarli per questo”. Ha temuto di non tornare più a Torre Boldone? “Sì, c’è stato un momento in cui ho pensato di non farcela. Il mio timore era di lasciarci la pelle senza poter rivedere i miei cari, poter parlare ancora con loro, morire solo in un letto di ospedale… questo mi angosciava”. Ha visto morire qualcuno? “No, anche perché eravamo in stanze a due, ma non potevamo uscire nel corridoio, quindi non ci rendevamo conto di quel che succedeva. Mi è però capitato di sentire due o tre volte molto trambusto di notte. Evidentemente stava capitando qualcosa di grave… Tra l’altro, mi è stato detto che una persona di Torre era ricoverata a Como. Pensi che quella persona aveva preparato la cena per il mio compleanno nella sede degli Alpini. Eravamo lì, nello stesso ospedale, vicini, ma lui purtroppo è morto…”. Mentre finisce la frase, Sessa si commuove. Dopo quasi un mese nell’ospedale di Como, arriva finalmente la bella notizia. “Dopo la situazione critica del 28 marzo, ho poi cominciato a migliorare e a respirare da solo. E poi, è arrivato il momento di tornare a casa. Ho ringraziato il personale dell’ospedale, dottori e infermieri. Sono stati fantastici. Di loro conosco solo le voci e non i loro volti. E poi è venuta mia fi glia a prendermi. Non potevamo abbracciarci perché eravamo entrambi tutti bardati, siamo rimasti a distanza di due metri. E devo dire che anche a me è scappata qualche lacrima. Come ho detto, c’è stato un momento in cui ho pensato di non tornare più a casa”. Sessa ha potuto quindi tornare nella sua Torre Boldone, dalla compagna, dalle fi glie, dall’anziana madre. “Mi sto riprendendo piano piano, ho perso 7/8 chili, nei primi tempi facevo fatica a stare in piedi, adesso sto abbastanza bene. Mi sono messo sulla cyclette e ho e ripreso in mano il bilancio del Comune. Il sindaco Luca Macario è stato bravissimo a gestire questa emergenza”. Ha ricevuto molti messaggi? “Sì, migliaia di messaggi, devo ringraziare tutti quelli che si sono interessati delle mie condizioni”. Sessa mi passa Elisabetta, la sua compagna. “Io sono sempre stata fiduciosa, non ho mai perso la speranza. Quando è tornato a casa, Claudio ha parlato giustamente bene dell’ospedale e del personale medico e paramedico; sono stati meravigliosi, anche con noi familiari, si scusavano perché non potevano avere un rapporto più diretto con noi, vista la situazione. Io passavo le mattine a rispondere a telefonate e messaggi, era commovente vedere quanto affetto lo ha circondato in tutto questo periodo. Gli passavo poi i messaggi e lui li leggeva dal letto di ospedale”. Sessa riprende il cellulare: “E’ stata una esperienza che mi ha segnato in modo incredibile, ma sono di nuovo qui!”. Sì, il guerriero Sessa ha affrontato un terribile nemico, subdolo e invisibile… ma alla fi ne lo ha sconfitto!