Don Santino Nicoli… visto da vicino: l’infanzia a Casale, il Seminario, la Bolivia e gli 11 anni nembresi
“Lasciare Nembro e andare a Calusco vuol dire per me allontanarmi dalla valle e dal paese in cui sono nato, ma io sono abituato ad allontanarmi, per me è un po’ come tornare in missione; quando ero partito per la Bolivia ero andato ai confini del mondo, adesso vado ai confini della Diocesi”. Per don Santino Nicoli Il passaggio dall’estate all’autunno è segnato dal suo trasferimento dalla Parrocchia di Nembro a quella di Calusco d’Adda; l’arciprete nembrese diventa prevosto caluschese e si appresta a iniziare una nuova tappa del suo quarantennale cammino sacerdotale passando dalle rive del Serio a quelle dell’Adda, che segnano il confine geografico tra la terra di Sant’Alessandro e quella di Sant’Ambrogio.Era arrivato a Nembro 11 anni fa quando aveva 55 anni, nominato arciprete dal Vescovo mons. Roberto Amadei. Adesso che ha 66 anni (compiuti lo scorso mese di aprile) il Vescovo mons. Francesco B Eschilo ha nominato prevosto di Calusco per i prossimi nove anni (la durata di nove anni del mandato di un parroco è stata decisa dal Sinodo della Chiesa bergamasca del 2006/2007).Tra nove anni, nel 2028, don Santino ne avrà 75, l’età canonica in cui i preti “vanno in pensione”.“Ci starò fino a 75 anni, poi si vedrà ‘se ga sarà amò i prec’ e se un prete anziano come sarò io potrà ancora dare il suo contributo alla Chiesa”. Don Santino sorride, il futuro è imperscrutabile ma il passato è lì, come un libro aperto.Da Casale al Seminario le prime pagine di questo libro, che racconta la vita di questo sacerdote bergamasco, sono state scritte qualche decennio fa in un piccolo borgo della Valle del Lujo, a Casale (una delle frazioni del Comune di Albino).Santino nasce in questo paesino che dalla valle si arrampica verso il monte. E’ il 22 aprile 1953, la guerra è finita da otto anni e l’Italia sta vivendo gli anni della ricostruzione postbellica e si avvia verso il miracolo economico. E’ l’Italia di De Gasperi, di Coppi e Bartali, di Peppone e don Camillo, un’Italia giovane, povera e semplice che ha una gran voglia di correre verso un futuro felice.“Il mio papà era un casaro. A Casale c’era una latteria turnaria, lavorava cioè il latte fornito dagli allevatori del paese, che erano riuniti in cooperativa. Quella del casaro era una figura interessante, perché aveva a che fare con la vita delle famiglie; tutte avevano una, due, cinque mucche e la gente viveva di quello. La mia mamma, invece, era la maestra del paese; c’erano le pluriclassi e due insegnanti”.Ha avuto sua madre come maestra? “Sì– sottolinea don Santino – l’ho avuta come maestra, come mamma e anche come catechista. Ciò significa che ho avuto una formazione unitaria in casa, a scuola e in chiesa. All’epoca c’era una unità di formazione che ti poneva davanti a un cammino senza dubbi perché l’ambiente familiare, quello scolastico e quello ecclesiale ti davano gli stessi principi formativi, ti insegnavano quello che è giusto e quello che è sbagliato. Certo, forse questo non ci ha allenati a essere critici nelle cose, ma forse eravamo più decisi. Se c’era da fare una cosa la si faceva, poi c’era sempre il tempo di cambiare se ci si accorgeva di aver fatto uno sbaglio. Questa unità di formazione adesso manca: quello che ti dicono i genitori è diverso da quello che ti insegnano a scuola che a sua volta è diverso da quello che senti a catechismo”. E’ entrato presto in Seminario? “Ho frequentato le scuole medie ad Albino e poi sono andato in Seminario. Quelli erano anni di grande vivacità, subito dopo il Concilio e quel mio cammino dai 15 ai 25 anni è stato per me molto importante perché mi ha formato. Il Seminario mi ha dato gli strumenti per approfondire quello che aveva già respirato a Casale, proprio perché, come dicevo, c’era una unità di valori. Nel Seminario mi sono reso conto che le cose che mi venivano dette erano le stesse che mi diceva mia madre. Penso spesso alla fatica che fanno oggi i nostri ragazzi, perché vivono all’interno di una realtà culturale con tante proposte così diverse l’una dall’altra, che naturalmente sono arricchenti ma creano fatiche di discernimento. Ai ragazzi (e questo vale anche per i seminaristi e per i giovani preti) rimangono tutti quegli interrogativi che già in partenza. Poi, lo voglio sottolineare, io non penso che il passato fosse migliore del presente, perché ogni tempo ha le sue sfide e le sue opportunità e lo si deve vivere intensamente”.Segretario del Vescovo e missionario Con il suo bagaglio di formazione “unitaria”, don Santino viene ordinato sacerdote il 17 giugno 1978, nell’anno dei tre Papi (perché nel giro di pochi mesi è scomparso Paolo VI, è stato eletto Giovanni Paolo I, che è poi morto dopo soli 33 giorni di pontificato ed è stato eletto Giovanni Paolo II).“La mia prima esperienza come sacerdote è stata a Grumello del Monte, dove mi sono fermato solo due anni. Nel 1980 sono infatti diventato segretario del Vescovo Oggioni”.Perché mons. Giulio Oggioni l’ha scelta come suo segretario? La conosceva? “Sì, io e i miei compagni di Messa siamo stati i primi ordinati da mons. Oggioni, quindi, ci ha conosciuti proprio per questo motivo. E poi, lui già quando era a Lodi teneva i segretari per pochi anni e poi li cambiava. Così facendo– spiega don Santino –il Vescovo finiva col conoscere i preti della Diocesi e, al tempo stesso, faceva conoscere loro la Diocesi stessa. A me era costato molto lasciare la Parrocchia dopo due anni, ma gli anni trascorsi come segretario vescovile mi hanno dato una visione di insieme dell’intera Diocesi di Bergamo”.Dopo tre anni, nel 1983, diventa direttore spirituale in Seminario e nel 1984 vicario parrocchiale di Sant’Anna (Borgo Palazzo), in città. “Ci sono rimasto nove anni”.E poi, un’altra grande svolta del suo cammino sacerdotale: la missione in Bolivia. Ha voluto andarci lei o gliel’ha chiesto il Vescovo? “E’ stata una situazione particolare. Non mi è stato proposto da nessuno e non avevo intenzione di andare all’estero Le racconto cosa è successo. Io, dopo diversi anni passati a Borgo Palazzo, ero in attesa di un cambiamento. Mi era stato detto che sarei diventato parroco ma non era stata decisa la destinazione. Ad un certo punto– spiega don Santino – è morto don Giancarlo Breda, parroco in Bolivia. Io lo conoscevo bene perché lui era nativo di Dossello, paese vicino a Casale. Sono quindi andato al funerale. C’erano 15 preti boliviani che con-celebravano e in quel momento ho avuto come un’illuminazione, un colpo di fulmine.Mi sono detto: ‘vado a sostituirlo’. Ho avuto la percezione di farlo, anche se in realtà non volevo effettivamente andare in Bolivia. Ho detto a un prete che era al funerale: ‘io sto aspettando che il Vescovo mi dia una Parrocchia ma laggiù c’è una Parrocchia a cui serve un parroco’. Ne ho quindi parlato con il delegato vescovile per il clero e lui mi ha detto: ‘bravo, i ghe nà bisogna’. Tra l’altro– sottolinea don Santino – quando ero segretario del Vescovo ricevevo i preti della Diocesi e quando arrivavano quelli che erano in missione in Bolivia li vedevo sempre felici; io, da giovane prete, mi dicevo: ‘quelli lì hanno una carica in più’. Quindi, la mia missione in Bolivia è stata il frutto di una serie di eventi, di coincidenze: se non fossi stato segretario del Vescovo non avrei conosciuto i missionari in Bolivia e se non fossi andato al funerale di don Giancarlo non mi sarebbe mai passato per la mente di andare laggiù ma avrei aspettato che il Vescovo mi assegnasse una Parrocchia nella nostra Diocesi”.In Bolivia, alla fine, è rimasto ben 15 anni. “Sì, è stata una lunga esperienza, molto importante per me. Nei primi tempi ero insieme ad altri preti bergamaschi, poi invece sono stato con quelli boliviani. E’ stata fondamentale la formazione chiara che avevo ricevuto. Io sapevo chi ero, cioè un prete bergamasco forte della sua identità, ma ho fatto il missionario boliviano. Quando si è forti della propria identità, della propria storia e tradizione, si riesce a lavorare meglio con gli altri. La mia formazione bergamasca mi ha aiutato a stare con i boliviani accogliendo la loro storia e tradizione, imparando da loro. Quando si è forti della propria storia si è in grado di stare con gli altri, quando li rifiutiamo è invece perché siamo deboli della nostra storia”.L’esperienza nembrese Nel 2008 lascia la Bolivia e rientra in terra bergamasca, nella sua Val Seriana. “Mi è stata affidata la Parrocchia di Nembro, una realtà importante, ricca e variegata. Per me è stato un ritorno alla mia terra, essendo di Casale, ma arricchito dall’esperienza boliviana”.Ha preso il posto del precedente arciprete, mons. Aldo Nicoli, una figura molto conosciuta in tutta la Diocesi per i suoi importanti incarichi curiali. “Sì, sono subentrato a don Aldo e per me non è stato facile, perché il personaggio don Aldo non era sostituibile: La sua presenza a Nembro è stata significativa per le opere che ha realizzato, ma soprattutto per lo stile pastorale che ha adottato, dando importanza all’equipe sacerdotale composta da sette preti arrivati tutti nello stesso momento; è quindi nata una sorta di fraternità sacerdotale e io ho continuato su questa strada. C’era poi un lavoro pastorale ben avviato… certo che c’era l’ombra di don Aldo, ma lui sapeva valorizzare i suoi collaboratori e mi è stato utilissimo nel mio primo anno, quando lui era qui come emerito; questo mi ha permesso di entrare in questa realtà parrocchiale molto vivace e coinvolgente. Quella di Nembro è una Parrocchia molto ricca di tradizioni, che continuano tuttora. Certo che i numeri si riducono, sia le frequenze alle Messe che le partecipazioni agli incontri, ma c’è uno zoccolo duro che tiene e che permette la presenza di famiglie giovani che sono coinvolte nella vita parrocchiale. Questo consente la continuazione di un cammino pastorale. Come dicevo, la frequenza alla Messa domenicale è intorno al 25%, però tu prete devi stare attento anche al restante 75%, perché l’evangelizzazione oggi non è semplicemente ‘curare i tuoi’, ma è fare in modo che loro siano missionari.Quindi, il 25% che aderisce alla vita della Chiesa è corpo che si presenta al mondo e non deve starsene da parte, per conto suo, ma fare da esempio positivo per il restante 75%. Quindi – continua l’arciprete – tu prete, con quelli che ci sono devi guardare a quelli che non ci sono, che sono lontani. A Nembro, ma anche altrove, c’è una fede, c’è un popolo unito da questa fede, ma questo non vuol dire contrapporsi al mondo che è cattivo; no, il mondo non è cattivo… l’è chel che l’è… Ripensando a questi 11 anni di ministero a Nembro, devo dire che mi è sempre piaciuto cercare l’essenziale, la sintesi, l’unità della comunità, cercando cioè di cogliere l’in-sieme senza fermarsi nei particolari, che possono portare a divisioni.Quindi, andare a cercare quello che va bene per tutti, non solo quello che piace a me o a un gruppo ristretto. Quella nembrese è infatti una realtà molto ricca, ma avendo vari gruppi e varie vicinie si rischia di avere tante chiesuole. Serve quindi qualcuno che abbia una visione di insieme e punti a momenti di unità e di condivisione. E chi se non l’ar-ciprete deve fare questo? Ho visto che in questi anni è cresciuta questa dimensione più comunitaria, ad esempio dando più importanza alla chiesa plebana che alle vicinie, che sono importanti ma non vanno viste come tante Parrocchie, ma come parti di un’unica Parrocchia”.Da Nembro a Calusco“Io sarei stato volentieri qui a Nembro fino a 75 anni e quando alcuni mesi fa mi ha chiamato il Vicario generale(mons. Davide Pelucchi– ndr), mi ha chiesto: ‘vuoi cambiare?’. Io gli ho risposto: ‘Davide, io sto bene qui’. Lui mi ha poi detto: ‘C’è Calusco’ e allora gli ho risposto: ‘Se non me l’avessi chiesto sarei rimasto qui a Nembro, ma se mi dici che serve un parroco per Calusco io ci vado senza problemi’. Nel corso della mia vita sacerdotale io ho fatto sette cambiamenti, senza traumi, perché per me è normale che se il Vescovo mi dice ‘vai là’, io ci vado senza problemi. Per me sarebbe impensabile rispondere negativamente alla richiesta del Vescovo”.Conosceva già la realtà di Calusco? “No, è una realtà completamente nuova per me, non ci ero mai stato. E’ un paese di oltre 8 mila abitanti, con tanti immigrati che prima venivano dal sud e adesso dall’estero; è una realtà diversa da Nembro, che è più storica, più ricca di tradizioni. Comunque, la novità mi stimola perché ti mette in gioco e questo è bello anche se a 66 anni non è facile, ma va bene ricominciare in una simile comunità”. Preti di ieri… preti di oggi Poco fa ha detto che lei non si sognerebbe di dire “no” al Vescovo, mentre ci sono preti giovani che di fronte ad un possibile trasferimento rifiutano la richiesta vescovile. E’ più facile fare il prete oggi o era più facile in passato, quando lei era un giovane seminarista o un giovane prete?“Oggi il prete ha uno spazio di azione molto più vasto di ieri, per certi versi è più facile oggi, perché un tempo era più inquadrato all’interno di una struttura rigida, mentre oggi il prete è più libero. Oggi però il prete si deve muovere in una società dove la presenza della Chiesa è meno evidente che in passato, una società varia e complessa e proprio per questo è ancor più importante saper discernere. Il rischio del prete di oggi è quello di partire per la tangente, è vero che sei libero di muoverti ma devi però aspettare gli altri, e magari non fare quello che piace a te. Ci vuole pazienza, capacità di discernere, saper capire tra due cose buone quella che è più opportuna… e questo non è sempre facile, neanche per un prete!”.Il saluto alla comunità nembrese Don Santino saluterà i parrocchiani di Nembro sabato 21 settembre con una solenne Messa alle 17,30 nella chiesa arcipresbiterale plebana di San Martino; ci saranno poi un rinfresco nei locali dell’Oratorio e uno spettacolo teatrale. Domenica 22 giugno saluterà invece la comunità di Gavarno, di cui è amministratore parrocchiale dal 2013. L’ingresso nella sua nuova Parrocchia di Calusco d’Adda è previsto per sabato 12 ottobre. Il successore di don Santino, don Antonio Guarnieri(fi nora prevosto di Ghisalba) farà il suo ingresso a Nembro sabato 5 ottobre. “Insieme a lui fanno il loro ingresso i due nuovi sacerdoti che il Vescovo ha destinato alla nostra Parrocchia:don Sergio Gamberoni E padre Andrea Pesenti. Il saluto di don Luca Ceresoli, che lascia la Parrocchia dopo un anno, lo si fa l’8 settembre alle 10,30 a conclusione della festa dell’Oratorio”. Dal Serio all’Adda, dal cuore della Diocesi alla sua periferia; per don Santino comincia una nuova tappa del suo cammino di uomo e di prete, una nuova sfida che affronterà col bagaglio di esperienze accumulate a Nembro e in Bolivia, nel palazzo vescovile e in Borgo Palazzo ma, soprattutto, portando nel cuore gli insegnamenti della mamma/maestra/catechista di Casa.

