Cado per terra. E la terra non cade. Un po’ come il cielo quando mi si schiaccia addosso al mattino presto quando non so se è presto davvero o è la vita che mi fa far tardi. Ma il ritardo di un tardo pomeriggio che sa di meriggio e spinge sull’acceleratore dei miei casini mi fa sentire guscio. C’è troppo chiasso. C’è troppo tutto. Scendiamo un attimo.
Hai presente quando vuoi uscire dal corpo e andare a passeggio solo con l’anima in un bosco pieno di frutti e vuoto di gente? Ecco, non so. Nemmeno io lo so. Però mi piacerebbe tanto farlo, Quindi la prossima volta che ci vediamo portami con te in un supermercato mezzo vuoto. Dentro un bar nel parcheggio di un ospedale dopo che ci hanno dimesso e ci si sente nuovi come quando la mamma da piccola mi faceva il bagno alla sera dopo l’asilo.
Insomma, portami dove vuoi, senza toccarmi ma tienimi col filo delle tue carezze, tienimi dentro la nuvola in cui Dio e il vuoto si fanno i dispetti usando le nostre ombre. La prossima volta che ci vediamo portami con te in una strada di campagna dove abbaiano i cani, vicino a un’officina meccanica, dentro una profumeria, portami dove vuoi, spezza di colpo con un bacio il filo a cui sto appesa, fammi cadere in qualche punto della terra dove c’è solo un po’ di luce e tanti Kinder Pingui. Che poi tu cosa vedi quando guardi il cielo? Idee. Cioè, pensi a delle cose? No, le faccio proprio avverare. Con l’immaginazione? No, soltanto con quello che resta nei miei occhi.

