Partiamo da ciò che Chistian Raimo (Roma, 1975, scrittore e docente) ha scritto sui cosiddetti borghi che ci riguardano da vicino: “Mi fermavo in questi luoghi semidisabitati, bellissimi, quasi senza presenze umane tranne i bar pieni di maschi vecchi, italiani bianchi, che bevevano male già alle 8 di mattina, l’unica donna era sempre e solo la barista, 20 o 30 anni, alla quale i maschi vecchi facevano battute di merda, gli s’appiccicavano letteralmente addosso, etc… Quando non c’è l’overturismo questo resta di quello che chiamiamo l’Italia, i borghi, gli antichi mestieri: resta l’alcolismo, il maschilismo, il razzismo”. La frase è stata scritta evidentemente come provocazione intenzionale e il contenuto ha tutti i limiti dovuti a tale aspetto. L’articolo di Raimo contiene però molte altre osservazioni meno estemporanee come quella degli interventi nelle aree interne sostanzialmente fallimentari.
Il governo ha conseguentemente scritto in un documento economico programmatico che la decadenza dei piccoli paesi di montagna è ormai irreversibile e difficilmente contrastabile.
Sulle due provocazioni è nato un dibattito sulla stampa che ha coinvolto altri pubblicisti. Tra questi Franco Arminio, poeta e paesologo (come si è autodefinito). I miei pareri su tale dibattito postferragostano sono presto definiti. È evidente che non si possa descrivere oggettivamente un paese in base all’osservazione di quattro amici al bar. Tanto più che nei piccoli paesi i bar hanno chiuso in gran parte, mentre fino a una ventina o trentina di anni fa c’erano ancora i bar dei giovani, quelli dei giocatori di carte, a volte il bar sport e il bar stazione (nel mio piccolissimo paese ce n’erano 5!).
Oggi, se va bene, ne rimane solo uno. Il bar dipinge certo un aspetto antropologico innegabile. Tanto è vero che si usa spesso dire e scrivere “parere da bar” per segnalare un ragionamento superficiale, privo di dati reali, frutto di pura pancia ovvero di propagazioni dell’intestino, più che di uso del cervello e del raziocinio.
Spesso il discorso da bar raccoglie facilmente consensi più vasti di un articolo del Corrierone. Ma forse sfugge, a chi si accontenta di osservare gli alcolisti e i maschilisti, quanto volontariato ci sia ancora nei piccoli paesi e quante iniziative nascano per animare luoghi che per gran parte dell’anno rimangono privi di socialità e si riducono sostanzialmente a dormitori. È vero che il risveglio è soprattutto estivo quando i paesi abbandonati si ripopolano e ritrovano la vitalità in gran parte indotta dal ritorno degli originari emigrati e dall’afflusso turistico. Ma ciò evidentemente non basta per ricostruire la comunità moribonda.
Ed è proprio su ciò che è necessario riflettere. Se nei “borghi” tutto si limita a iniziative ricreative della durata di due mesi (luglio e agosto) non si può pensare che si risolvano i problemi strutturali che li caratterizzano. I divertimenti estivi frenano lo spopolamento? Riescono a invertire il crollo demografico? Creano posti di lavoro? Riducono il degrado ambientale dovuto all’abbandono dell’agricoltura e dell’allevamento? Riescono ad elevare il livello culturale? Assolutamente no.
Arminio nei suoi scritti aveva pensato a un animatore di paese che non si fermasse ai giochi e alle feste. Giovanni Teneggi segue circa trecento progetti che hanno la caratteristica fondamentale di cambiare l’economia della montagna o di paesi umanamente desertificati. Per attuare progetti seri è necessario abbandonare, dove è possibile, la mentalità del dipendente e provare a creare nuove attività economiche. Nel mio paese d’origine quasi tutto il commercio è di iniziativa comunale. Se c’è un bar è perché è stato creato dall’amministrazione locale. Se è rimasto un negozio è perché l’Unione di Comuni ha creato la cooperativa Stella Alpina che si occupa anche dei servizi essenziali. A parte alcuni artigiani, non c’è iniziativa privata in nessun settore e la mentalità del dipendente è largamente diffusa. Creare dal basso una cooperativa come avevano fatto alcuni muratori circa un secolo fa per costruire il primo albergo sul passo Gavia pare non interessi a nessuno. Se i paesi rimangono da settembre a Natale senza un’unione sportiva, senza incontri culturali, senza nessuna animazione, dopo aver perso la scuola ed altri servizi, come pensano di poter trattenere i giovani e attrarre altre persone? Allora l’unico rifugio rimane il bar, con tutti i suoi pregi e gli inevitabili difetti che uccidono ogni speranza. Così Christian Raimo ha ragione pur avendo torto.


