Clusone, Lucia e Giuseppe: “Nostro figlio Bencze, la diagnosi, la sofferenza, l’accettazione e la gioia di avere un figlio disabile. Viviamo in funzione sua, non parla ma ci capiamo. I cartoni animati, il nuovo, la paura del futuro, i suoi ritmi che sono diventati i nostri…”
Bencze ha 29 anni. Bencze vive con papà Giuseppe e mamma Lucia, e con la sorella maggiore Valentina. Bencze vive con loro. Da sempre. Bencze vivrà con loro. Per sempre. Bencze è affetto da autismo grave, non parla e non è autonomo. La sua voce è quella di mamma Lucia e papà Giuseppe che sono qui a raccontare la quotidianità di una famiglia che ogni giorno vive una realtà fatta di fatiche, sorrisi che diventano gioie grandi, difficoltà e tanto, tanto amore. Giuseppe Balduzzi, storico veterinario di Clusone, già candidato sindaco (il 25 maggio si è confrontato alle urne con l’attuale sindaco Massimo Morstabilini) e sua moglie Lucia, ungherese, di Budapest, che vive qui da più di 30 anni. Insieme, sempre. Sono le 19.15 di un venerdì sera di fine estate, Lucia ha lasciato a casa per un’oretta Bencze con la sorella Valentina, due anni più grande. Perché Bencze non può essere mai lasciato da solo. Giuseppe e Lucia sono insieme da un mucchio di anni e da 29 anni la loro vita ruota intorno a Bencze, alle sue esigenze, ai suoi bisogni, alla sua vita: “Che poi è la nostra – racconta Lucia – perché solo quando cominci ad accettare i problemi degli altri, torni a vivere davvero”. Tutto comincia 29 anni fa: “Io ero insegnante, e poi avevo avuto due anni prima Valentina, avevo sei nipoti e prima di insegnare avevo fatto la baby sitter, quindi un po’ di dimestichezza l’avevo e mi ero accorta che qualcosa non andava. Quando è nato sembrava tutto apposto, un bellissimo bambino, poi vedevo che faticava un po’, non parlava, il tempo passava. Il pediatra all’inizio diceva che essendo un maschio aveva tempi forse un po’ più lunghi, ma poi la diagnosi è arrivata ed è stata impietosa. Un momento davvero duro, difficile. Perché la prima cosa che senti dentro è quella di pensare che non è cosi, che c’è un errore, che non può essere, insomma, l’accettazione non è facile”. Lucia racconta: “Fino a che sono piccoli è più facile, tra bambini piccoli non c’è competizione, confronto, bullismo, si gioca, le distanze sono minori, certo, le differenze ci sono ma sono meno evidenti rispetto a quando si cresce”. Bencze va all’asilo, poi a scuola, insegnanti di sostegno e un po’ di amici: “Lo abbiamo inserito in piccole realtà scolastiche, all’asilo a Songavazzo e a scuola a Onore, a qualche compleanno o festicciola veniva invitato, poi crescendo le cose cambiano”. Bencze frequenta le scuole medie a Rovetta: “Anche li si è trovato bene, i problemi sono arrivati con le superiori, lui non sa leggere, né scrivere, non parla e chiaramente è stato isolato sempre più dai suoi coetanei, si è trovato completamente solo. Diventava a volte aggressivo, era il suo modo di reagire all’isolamento, è stato un periodo molto difficile”.
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