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Benedetta gente

Chi oggi ha meno di trent’anni non ha vissuto quel giorno che ha segnato l’inizio della fine della pace nel mondo. Sì, c’erano già prima guerre sul pianeta, ma se per chi le viveva erano un dramma, per il resto del mondo erano poco meno che guerricciole trascurabili. Mica poi tanto: il 7 settembre di quello stesso anno, inizio del nuovo millennio, erano state massacrate 500 persone in Nigeria negli scontri tra cristiani e musulmani. Ma a noi che importava, cose lontane e sui giornali meritavano giusto una colonnina sperduta tra le beghe politiche nostrane.

Dove eravamo quel terribile 11 settembre di 25 anni fa? “Ognuno a rincorrere i suoi guai / ognuno col suo viaggio, / ognuno diverso / e ognuno in fondo perso dentro i fatti suoi” (Vasco Rossi). Nemmeno volevamo davvero “una vita spericolata”, eravamo generazioni che si leccavano le piccole ferite di battaglie spesso solo immaginate e che adesso erano impegnate a sbarcare il lunario.

Mi chiamano, accendi la tv. Che sarà mai, un incidente, ne parleremo stasera nel tg locale. Accendo. Di “locale” sembrava non esserci niente, ma il “generale” arrivava a pesare pesantemente sul locale. Quella sera il tg lo feci aprire con le terribili immagini degli aerei che si infilavano nei grattacieli, il fumo, il caos, il crollo, la strage e nessun commento, solo in sottofondo la canzone “Girotondo” di De André: “Se verrà la guerra, Marcondiro’ndero / se verrà la guerra, Marcondiro’ndà / sul mare e sulla terra, Marcondiro’ndera / sul mare e sulla terra chi ci salverà?”.

Da quel momento in poi vai con le reazioni americane, le invasioni (che non c’entravano niente, il terrorismo non si combatte con gli eserciti, sarebbe come se per debellare la Mafia avessimo raso al suolo la Sicilia), i conseguenti agguati, gli attentati, “à la guerre comme à la guerre”, il confronto che si è fatto scontro, i rapporti di forza, che sono anche l’attuale apparente soluzione dei problemi, la voglia di saltare sul carro (armato) del più forte. Che poi dietro gli “uomini forti” ci stanno sempre i vari dott. Stranamore (“ovvero come ho imparato a non preoccuparmi e ad amare la bomba” – da qui il film di Stanley Kubrick).

“E voi a divertirvi andate un po’ più in là / andate a divertirvi dove la guerra non ci sarà”. Sì, ma dove? “La guerra è dappertutto, Marcondiro’ndera / la terra è tutta un lutto, chi la consolerà?”.

Salto all’indietro di quasi un millennio: “Canzone (articolo), io t’ammonisco / che tua ragion cortesemente dica, / perché fra gente altera ir ti convene, / et le voglie son piene / già de l’usanza pessima et antica, / del ver sempre nemica. / Proverai tua ventura / fra’ magnanimi (lettori) pochi a chi ’l ben piace. / Di’ lor: – Chi m’assicura? / I’ vo gridando: Pace, pace, pace” (Petrarca).

Che poi gridare “pace” serve a niente nell’infuriare della battaglia, si rischia di essere presi tra due fuochi e morire compassionati come patetici e illusi.

Poi “prendo il giornale e leggo che / di giusti al mondo non ce n’è” (Celentano), insomma arriva il giornale, le ultradestre salgono nei consensi. “Ogni atomica è una boccia / e i birilli son l’umanità, /

il capriccio di un capoccia / ed il mondo in aria salterà!” (Mondo in Mi settima).

L’unica arma impropria (il voto) a nostra disposizione la stiamo usando contro di noi.