Alzano, il prof. Dario Moriggi, docente per caso ma poi per passione: “Il mio limite è stata la tecnologia. Italiano e Storia spalancano una finestra sul mondo”
Ci sono professori che uno dimentica, o ancor peggio che odia così tanto da ricordarli sempre con quel mix di rancore e ribrezzo verso quella materia. E poi ci sono professori che non si riescono a scordare, che ti cambiano per sempre il modo di ragionare e analizzare il presente, che ti fanno sognare con Baudelaire e riflettere con Manzoni, che ricordi sempre con il sorriso perché le sue ore sembravano durare qualche secondo, perché la sua voce era così magnetica che anche i cambi dei governi democristiani sembravano storie avvincenti. Perché era quel professore così umano, così intelligente, così colto, la persona a cui andavi a confidare un problema, a chiedere un consiglio o a confessare una marachella. E Dario Moriggi, con la sua voce rotonda e musicale, con il suo sguardo accogliente, con le sue camicie e i suoi maglioni, era proprio questo tipo di professore. Era, perché dal 1° settembre 2025 è in pensione, «e ci sto benone. Devo ammettere però che se non dovessi fare tutto quel lavoro burocratico, che è il lato negativo di questo lavoro bellissimo,tornerei volentieri a spiegare qualche bell’argomento».
Una vita dietro la cattedra quella del professor Moriggi, iniziata quasi per caso, dopo gli anni del liceo scientifico vissuti senza un’idea ben precisa in testa, fino all’ultimo anno dove concepisce la scelta di proseguire con un percorso universitario indirizzato agli studi umanistici: «In quinta mi sono reso conto di andare abbastanza bene in italiano, sia con lo scritto, sia con le interrogazioniorali, perciò mi sono iscritto a lettere, anche perché nella nostra classe eravamo un po’ tutti orientati sull’umanistico».
Così si iscrive alla Statale di Milano: «I miei genitori erano operai, quindi non era nemmeno ipotizzabile che potessi pagare delle rette per andare alla Cattolica».
Ma la sua frequenza alle lezioni non è costante «perché mi sono accorto che bastava prepararsi sui libri che venivano indicati per l’esame e quindi ho fatto quasi sempre così».
Però, qui, tra le aule e i cortili dell’ateneo milanese, il giovane Dario conosce una persona che segnerà la sua vita, sia come amico, sia come collega: padre Enrico Di Nicolò. «Lui era marchigiano. Quando ho finito l’università è stato lui a spingermi verso l’insegnamento. Io mi sono detto “ma dai, proviamo”. Quindi non è che l’ho scelto. È stato qualcosa di piuttosto casuale. Non c’era quel fuoco dentro, però poi col tempo invece è una professione che mi è piaciuta e che rifarei».
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