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E’ morto Enzo Bianchi, fondatore della comunità monastica di Bose. L’intervista pubblicata su Araberara

E’ morto all’età di 83 anni Enzo Bianchi, fondatore della comunità monastica di Bose nata nel 1965 nel Biellese. Monaco, saggista, esperto di biblismo, fondatore delle Edizioni Qiqajon, Bianchi aveva lasciato la guida della Comunità monastica di cui era priore nel 2017. Da allora si era progressivamente ritirato anche a causa di problemi di salute. Nato nel 1943 a Castel Boglione, nell’Astigiano, è stato un punto di riferimento spirituale per intere generazioni
Era nato nel 1943 a Castel Boglione, nell’Astigiano, aveva guidato la comunità come priore fino al 2017, dedicando la sua attività alla ricerca spirituale, alla riflessione biblica e al dialogo tra le diverse confessioni cristiane. Scrittore e autore di numerosi saggi, aveva collaborato nel corso degli anni con importanti quotidiani e riviste. Era inoltre fondatore delle Edizioni Qiqajon, la casa editrice della comunità di Bose.
Dopo il suo allontanamento aveva creato la Fraternità della Madia vicino a Ivrea. Una delle sue ultime apparizioni era stata proprio al festival di araberara lo scorso anno. Qui riproponiamo l’intervista di Giorgio Fornoni nel 2023.

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Perché la montagna da sempre è un luogo di Dio per tutte le religioni? L’altro luogo per l’incontro, per incontrare Dio è il deserto.

Perché è sempre stato un luogo che ha attratto gli uomini al di là di ogni spiritualità formata in seguito. La montagna è un luogo arduo, la montagna è lo spazio che fa confinare con il cielo e di conseguenza ci si trova in una dimensione straordinaria. Di per sé diventa una dimensione sacra…Il deserto invece è la solitudine perché nel deserto c’è davvero soltanto Dio e non solo non c’è la vita umana ma non c’è nessun tipo di vita o quasi. Per cui in questi luoghi estremi, l’uomo sente di poter più facilmente ascoltare sé stesso in profondità, trovare Dio in profondità, il che significa poter comunicare con Dio nella la sua ricerca”.

Perché Dio ha scelto gli ebrei come popolo eletto.

Questo è un grande mistero, ma quello che ci dice la Bibbia è che l’ha scelto perché era un popolo di stranieri, di profughi e il nome stesso ‘apirru’ indicava dei poveracci che continuavano a girare senza trovar terra. Quindi potremmo dire gli scarti dell’umanità di quel tempo. E tutto il Dio dell’antico testamento, soprattutto il Dio dell’Esodo, è il Dio che sceglie gli scarti, il più povero, il più misero, gli schiavi per liberarli tanto è vero che il Dio degli Ebrei veniva sentito come il Dio dei poveri e degli schiavi non il Dio delle grandi case regnanti”.

Però S. Paolo negli Atti degli Apostoli li ha pizzicati…

“Certamente”.

Lei ha da sempre contatti con il mondo Cristiano ortodosso; qual è il fascino del mondo monacale ortodosso e cosa ha rappresentato per Lei?

Il monachesimo ortodosso innanzitutto ha conservato una teologia spirituale, che il monachesimo occidentale ha un po’ perso. Il monachesimo Occidentale ha un grande peccato che è quello di aver lasciato che i monaci diventassero preti e una volta che un Monaco diventa prete, fa la pastorale, si prende cura di parrocchie, non fa più il Monaco e allora noi abbiamo avuto in Occidente soprattutto…i monaci come uomini di culto come uomini pastori ma non abbiamo più avuto come gli ortodossi che sono monaci essenzialmente laici, essenzialmente vivono la vita di preghiera, essenzialmente vivono una vita a contatto con la natura e in maniera molto profonda e non hanno assolutamente pretese nella chiesa o sulla chiesa. È significativo che un Monaco ortodosso sia in comunione con la chiesa ma abbia anche una certa distanza, una certa libertà e la chiesa non si intromette nella vita dei monaci mentre in Occidente no, noi siamo abituati che la chiesa si intromette dappertutto. I monaci sono più liberi e si dedicano più alla contemplazione. Qualche volta addirittura vivono situazioni come fossero repubbliche a sé, il che non è bello perché finiscono per fare una fuga dalla chiesa non solo la fuga dalla mondanità, però certamente hanno conservato la spiritualità dei padri della chiesa e veramente per loro la liturgia è la liturgia della chiesa…e poi hanno una cosa differente da noi. I nostri monaci prevale le istituzioni mi permetta di dire che arrivano ad essere in quattro in un monastero, ma bastano quattro che l’abate si mette la mitria porta il pastorale, fa tanta scena che non ha senso per quattro persone, non rappresenta nulla. In Occidente, giustamente diceva un grande Monaco Gribomon ‘la vita monastica è come i treni, passano in orario anche se sono vuoti. In Oriente il monachesimo è una carovana’. Quando c’è un uomo carismatico la raduna, si trovano e il monachesimo va avanti poi c’è un momento di decadenza, si disperdono ma allora il monachesimo va avanti poi c’è un momento di decadenza, si disperdono e allora il monachesimo non esiste quasi più. C’è più verità. Meno scena e meno istituzione. Da noi veramente è pietoso che per conservare le istituzioni oggi si dica che sono vite monastiche, vite che di monachesimo hanno più niente. Conservano santuari, fanno i parroci, fanno la parrocchia,. non è monachesimo, non è monachesimo e in Italia la maggior parte dei monaci è così. Per avere un monachesimo bisogna andare in Francia o in Italia c’è Pralia, c’è qualche monastero, c’è Subiaco ma gli altri sovente o sono santuari o sono parrocchie”.

Sono stato a Subiaco e sono stato in Francia a Fontgombault. Secondo lei che differenza c’è tra i monaci benedettini nostri e di Fontgombault che hanno ancora gregoriano antico e quelli attuali.

Ma nessuna differenza. Io devo dire che riconosco, sono amico, li frequento, c’è anche tanta opposizione contro di loro, tanta critica secondo me ingiusta, mantengono la liturgia di un tempo. L’importante che accettino la comunione con la chiesa e il Vaticano secondo, poi coi loro riti in latino, in gregoriano, mi sembra che conservino un tesoro per la chiesa ed è anche molto bello”.

Io avevo incontrato l’abate che a vent’anni era entrato nel monastero ed ha ottant’anni…e quando è diventato abate verso i trent’anni ha fatto l’abate per cinquant’anni…

Lo conosco…ma se le capita una volta vada a vedere Barrou e vedrà il più bel monastero del mondo. Sempre in Francia, più giù, vicino ad Avignone. Settanta monaci straordinari, un abate bravissimo, però del vecchio rito… ma veramente una nuova costruzione e hanno fatto una nuova fondazione. Eccezionale. E fanno del vino buonissimo oltretutto”

Oggi dove stanno l’attualità e la forza del monachesimo? Come mai cresce il numero degli eremiti?

In un mondo in cui prevale ideologicamente l’individualismo e il narcisismo… conosco troppi che diventano eremita per fare gli affari loro…Credo a una vocazione eremitica dopo che uno ha fatto trenta o quarant’anni di vita comune. Uno che vuol fare subito vita eremitica, senza avere la disciplina, le armi, senza aver fatto una vita regolare a lungo tempo, almeno la mia esperienza è: dicono di fare una vita regolare ma non la fanno. Chi li fa alzare davvero al mattino alle quattro per la preghiera se sono soli senza un controllo, chi dice loro un regime di vita sobrio e di povertà, chi dice che la loro vita è accoglienza ma non diventa alla fin fine un disordine. No, oggi siccome nessuno vuol più fare il prete perché fare il prete è diventato impossibile e molti soprattutto tra i preti chiedono al Vescovo di diventare eremiti e il vescovo lo concede piuttosto che perderli. Questa è la verità…ma non si ha il coraggio di dirlo”.

Un Monaco che ho incontrato in Abkazia, ha vissuto 18 anni in una buca coperta da un cartone catramato… Come si possono rileggere oggi i tre voti monastici: povertà, castità, obbedienza…

“Ma non possiamo più essere poveri noi, nel nostro mondo: diventa a volte ridicolo che in nome della povertà, uno dice, rinuncio al burro il mattino a colazione, quando la povertà è fame, quando la povertà è freddo. Sono tutte cose che non ci possiamo permettere. Povertà è condivisione, è condividere tutto radicalmente quel che si ha: questa è la vera povertà cristiana. Il celibato è quello di sempre. Certamente va vissuto oggi con senso maggiore di quella che è anche la miseria del celibato. Dobbiamo smetterla di innalzarlo come la perla, fare tanti inni al celibato quando poi conosciamo la fragilità delle persone che lo vivono, la debolezza, e c’è tanta miseria in chi vive il celibato, tanta solitudine, tante contraddizioni, quindi viviamolo, è un dono del Signore ma senza orgoglio e senza arroganza. L’ubbidienza oggi deve stare all’interno di una corresponsabilità. Non si può più assolutamente pensare che qualcuno chieda a un altro una obbedienza cieca come si diceva prima come un suddito. L’obbedienza oggi deve essere frutto sempre di un discernimento tra l’autorità e la comunità e il Monaco. In tre, l’autorità, la comunità e il Monaco che fanno chiarezza e devono trovare la via da seguire”.

Cosa c’entra Gesù Cristo con la vocazione dell’uomo?

C’entra, nel senso che Gesù Cristo è la singolarità all’interno di tutte le religioni, è che è un Dio Uomo e noi quando diciamo Dio nel cristianesimo non possiamo dirlo senza dire uomo…e non possiamo dire uomo senza dire Dio, perché in Gesù Cristo sono le due cose. È per quello che noi non dovremmo temere nessuna concorrenza delle altre religioni perché Gesù Cristo è uomo e Dio nello stesso tempo. Chi cerca Dio, in realtà nel cristianesimo cerca  l’uomo e chi cerca l’uomo, che lo sappia o no cerca Dio, quindi tutto questo dovrebbe renderci tranquilli nella nostra identità di fede senza paure e senza metterci a far concorrenza”.

Perché nel cristianesimo molti dicono: questa è la vera religione e tutti verranno a questa…

Senza dirlo bisogna semplicemente vivere questa realtà che è umanesimo e che ci porta a credere ben al di là di noi una pienezza di vita. Questa è la nostra gioia e la nostra perla, senza orgoglio e senza imporla agli altri”.

Ma Gesù Cristo, sul lago di Galilea ha chiamato… chiama ancora o è senza voce o ci ha rinunciato… soffre da dentro…

Ma io credo che Gesù Cristo continui a chiamare, solo che gli uomini di oggi sono distratti da troppe altre voci. Ce ne sono troppe che chiamano e allora se Gesù Cristo è semplicemente una delle voci tra le tante è più difficile intercettarla, in più perché Gesù Cristo parli occorrerebbe che la chiesa parlasse veramente di Gesù Cristo è non di altro. Noi abbiamo una chiesa, mi rincresce dirlo, ma che parla tanto di sé stessa. Dal Concilio in poi la chiesa continua a interrogarsi come faceva Paolo VI: ‘Chiesa che cosa dici di te stessa?’ Sembra che quella domanda continui e siamo ancora lì, e si parla sempre di chiesa e anche in questo sinodo, ma il centro è Gesù Cristo non è una chiesa. La chiesa è uno strumento, finirà anche lei. Nel regno di Dio la chiesa non c’è più, c’è l’umanità redenta, noi siamo troppo narcisisti e se continuiamo così noi occultiamo Gesù Cristo e parliamo troppo di noi”.

Cos’è la vocazione dell’uomo…

La vocazione dell’uomo è una sola: è vivere. Noi avremmo il coraggio di dire ai giovani, voi dovete vivere in pienezza, vivere da veri uomini, cercate una grammatica umana e se loro percorrono quella strada arrivano a Gesù Cristo, senza aver paura di imporlo ma se loro non trovano una grammatica umana è inutile, faranno un po’ di religione, faranno un po’di volontariato generoso fin che son giovani, ma poi non approdano alla fede cristiana”.

Nella situazione attuale qual è per lei il destino dell’uomo, come andrà a finire il destino dell’uomo?

Ma io credo che l’umanità vada avanti. Certo, siamo in un momento di cambiamento di assetto del mondo. Bisogna vedere come va a finire questa caduta dell’IMPERO AMERICANO che ormai è inesorabile e speriamo che cada presto perché indubbiamente noi abbiamo avuto in tutti questi anni, gli occhi accecati e non ci siamo resi conto che in realtà c’era un imperialismo con una forza che ha portato guerre in tutto il mondo, ci pensi bene. La RUSSIA non è meglio. Occorrerà che questi due imperi finiscano. Poi, certamente l’emergenza di INDIA e CINA: c’è da temere come tutto quello che è nuovo, ma può darsi anche che, essendo Paesi poveri emergenti, ci sia la possibilità di un momento migliore, non di pace…non apriranno il regno dei cieli ne una pace definitiva, ma che ci sia una condizione certamente migliore e meno di schiavitù quale hanno creato gli Stati Uniti da una parte e la Russia dall’altra”.

Profughi. Tema di grande attualità: il suo pensiero sui profughi.

Che vuole, è gente che scappa dalla guerra o che scappa dalla fame. Si sa che il pane non va verso di loro ma loro corrono verso il pane, quindi noi siamo all’interno di un movimento di popoli, sono già più di 150 milioni quelli che si sono spostati, ma si calcola che si arriverà a 400 milioni di spostamenti nei prossimi anni…perché l’Africa ci sommergerà e noi, ciechi, non riusciamo a fare politiche alternative, siamo ridotti ad essere un paese colonizzato dalle nuove forze soprattutto africane. Da vedere poi che cosa farà l’India perché l’India attualmente ha sorpassato la Cina qualche mese fa. Ormai sono più gli indiani che i cinesi e gli indiani hanno una capacità intellettuale molto superiore e una capacità informatica che la Cina se la sogna…quindi plasmeranno il pianeta in maniera molto diversa. Impensabile ci si fermino queste persone nella loro terra, si dilateranno soprattutto verso l’Occidente e verso terre come l’Australia. Il mondo cambierà totalmente. Io ho fiducia che ci sarà con ogni probabilità un accendersi minore di guerre… non sarà certamente una situazione di pace ma si accenderanno meno guerre e ci sarà un po’ più rispetto soprattutto dei popoli africani”.

Questo universo è talmente grande e l’uomo non conta nulla… cosa può dire per l’uomo?

Sono convinto dello stupore: è lo stupore che nonostante tutto ci rende responsabili di questa terra. Una volta la terra era quella che ci nutriva, ci custodiva, adesso siamo noi quelli che devono nutrire e custodire la terra. Le cose si sono completamente mutate e credo che l’approdare nell’Universo sarà molto importante, significativo, ma non risolverà nulla per il nostro pianeta. Al più ci daranno degli apparati di comunicazione o di intesa maggiore ma nessuno di noi andrà ad abitare su Marte. Marte non sarà lo sfogo per una razza umana, tanto meno le stelle più in là. È fantascienza”.

Parliamo di cristianesimo: cattolico e ortodosso. C’è una possibilità anche remota che si riunisca?

Guardi, io ho lavorato tutta la vita per l’ecumenismo, e conosco le chiese orientali quanto quella cattolica, conosco Kiril, potrei dire che sono amico, di lui, di tanti capi della chiesa russa, sono stato più volte in Ucraina, sono amico di Unufri e tanti altri gerarchi delle chiese ortodosse. Certamente quel che è successo è stato per ora la fine dell’ecumenismo. Ormai l’ecumenismo è a pezzi, ci vorranno decenni prima che si riprenda un dialogo. Devo dire che il Papa ha fatto tutto quello che poteva fare mantenendo una posizione di non partecipazione per gli uni o per gli altr. Non è entrato in questa battaglia tra Mosca, Costantinopoli, tra Mosca e l’Ucraina, però la chiesa cattolica non ha fatto nulla perché ci fosse una ricomposizione o perché si facesse qualcosa per l’unità. Ha lasciato che la politica dominasse e tutt’al più ha cercato di calmare la politica, ma non c’è stata una voce veramente religiosa di unità. Questo è un guaio perché adesso le chiese sono nemiche e diffidano le une dalle altre e non sarà possibile nessuna unità. Per ora”.

Cos’è per lei l’ebraismo.

L’ebraismo per me è il popolo della prima alleanza, è il fratello gemello del cristianesimo. Non sono fratelli maggiori, questa è una stupidaggine inventata dal cuore grande di Giovanni Paolo II, che per esaltare diceva fratelli maggiori, non è vero, siamo gemelli perché siamo nati tutti e due sul tronco dell’Antico Testamento. A un certo punto l’Antico Testamento ha avuto due risultati: alcuni ebrei hanno messo al centro la legge, la Torah ed è nato l’ebraismo; alcuni hanno messo Gesù Cristo e lo hanno chiamato cristianesimo, ma siamo fratelli gemelli e non c’è nessuna maggioritaria per loro o per noi. Loro non sono quelli dell’Antico Testamento, sono anche loro nati dall’Antico Testamento perché l’Antico Testamento non aveva la centralità della Torah che hanno loro come l’Antico Testamento non aveva la centralità di Cristo che abbiamo dato noi. Siamo fratelli gemelli. Oggi questa mescolanza tra ciò che è Israele, la nazione, la religione, rende molto complesso e difficile il dialogo e uno sguardo sereno su di loro perché a noi interessano in quanto in alleanza con Dio e condividendo lo stesso libro. Come stato di Israele per noi non ha nessuna rilevanza. Per il cristianesimo nessuna terra è santa, è santo il corpo degli uomini e delle donne che sono presenza di Dio ma non c’è nessuna altra realtà che sia santa”.

Il monachesimo è arrivato a un punto che era veramente potente poi è arrivato San Francesco con la sua povertà: qual è suo pensiero?

Certamente il monachesimo ha avuto in San Francesco un testimone che non apparteneva al monachesimo, ma in qualche misura ha scosso il monachesimo ed ha richiesto una riforma. Ma anche i frati di San Francesco non hanno seguito San Francesco, mica voleva quelli che sono ora che sono dei chierici e dei preti. San Francesco era per un movimento laicale, non dimentichiamolo, lui era un laico. Hanno inventato che era diacono ma non era diacono volevano metterlo insieme alla gerarchia e gli hanno messo il grado inferiore ma non è mai stato ordinato diacono da nessuno, era semplicemente un laico. La stessa cosa dobbiamo dire di Charles de Foucauld, dopo Charles de Foucauld il monachesimo è la vita religiosa non può più essere come prima. Queste sono due stelle indubbiamente che hanno cambiato il monachesimo. Se il monachesimo è fedele, tiene conto di loro e della loro testimonianza ma significativamente il monachesimo istituzionale va avanti per la sua strada e non si lascia molto scuotere perché l’istituzione conta più della verità della vita”.

A proposito di Charles de Foucauld o Tibhirine che vanno nel deserto sanno che nessuno potrà essere come loro… Qual è la forza che spingeva Charles de Foucauld o quelli di Tibhirine ad andare in territorio musulmano?

“Secondo me era la forza di: ,Ci basta la vita per dire che cos’è il Vangelo senza avere nessuna istituzione da rappresentarlo’ Questa è una gran cosa”.

Quale è il suo rapporto con Papa Francesco…

Papa Francesco per me è una grande grazia, è l’uomo che proclama e dice il Vangelo in una schiettezza rara. Devo dire che io sono sempre colpito da come lui sa dire il Vangelo, sa indicarlo alla chiesa. Lui è un uomo che ha davvero il cuore che pulsa secondo il Vangelo. Poi certo non posso dire che siamo amici, ma ci conosciamo, ci siamo incontrati tante volte. Quando mi ha scritto mi ha anche detto che io sono il suo Padre Spirituale, e io gli ho detto: ‘Santità non dica questo perché io sono Padre Spirituale di nessuno’ Certamente mi vuole molto bene: si informa sempre di come sto, mi manda notizie. Per me è uomo veramente importante per la chiesa e temo però che sarà uomo sconfitto: non ce la farà. L’avevo detto fin dall’inizio che se parla schiettamente del Vangelo crea una contestazione e una inimicizia grande intorno, verso se stesso. Così è. Io vedo che man mano che i giorni passano, lui ha sempre più contestatori nella chiesa, ha sempre più nemici, e questo mostra come quando uno segue il Vangelo non può altro che andare verso la persecuzione”.

Però Papa Francesco le ha fatto uno sgarbo.

No. Non credo proprio che mi abbia fatto uno sgarbo, eventualmente è l’istituzione non lui: è qualcun altro (ride) qualcun altro…lui mi ha sempre confortato in questa situazione, si è fatto sempre sentire vicino. Io gli sono solo grato, anzi, mi ha confortato rispetto allo sgarbo: ‘non avere rancore, non avere risentimento’ e mi ha fatto capire che nella vita della chiesa bisogna qualche volta anche soffrire”.

Che messaggio vorrebbe dare ai giovani?

Ma io direi di esercitarsi alla fiducia, alla fiducia nella vita, nella fiducia verso gli altri perché se c’è questo ci sarà un domani per tutti, credenti e non credenti. Se manca la fiducia soprattutto nei giovani avremo delle generazioni asteniche, deboli, fragili, senza speranza e quindi la vita futura non sarà bella. Devono esercitarsi alla fiducia perché dalla fiducia alla fede il passo è breve, anzi è la stessa cosa sono due facce della stessa medaglia”.

Perché l’Italia ha così paura dell’Islam?

Abbiamo paura tutti nell’Islam in un certo senso. Innanzitutto perché per secoli è stato il nemico alla frontiera, la frontiera dell’Europa a sud, sono stati i Saraceni, poi ha preso la visione del turco per cui è inveterato: mamma li turchi, mamma li saraceni. Le nostre torri che sono su tutta la costa che dalla Liguria va fino in Sicilia, testimoniano la difesa contro di loro anche perché è stata una conquista che loro hanno fatto. Non dimentichiamo che sono giunti fino in Spagna e che hanno dominato il Mediterraneo, quindi c’è questa eredità storica. Seconda cosa noi abbiamo conosciuto un Islam anche fondamentalista e violento negli ultimi decenni. Il terrorismo che più abbiamo patito era quello ispirato da un certo islamismo. Certo l’Islam non è tutto così, ma è anche vero che l’Islam deve fare un cammino di sviluppo. Oggi non è contemporaneo a noi… noi abbiamo avuto la Rivoluzione Francese, abbiamo avuto l’Illuminismo, abbiamo avuto la separazione tra stato e chiesa, la democrazia, la laicità, loro non conoscono tutto questo, loro non sono contemporanei a noi e ci appaiono peraltro con una cultura molto raffinata, lo sappiamo bene, non sono culture primitive come eventualmente il sud America o l’Africa. E poi l’immigrazione che c’è stata c’è stata soprattutto di islamici, era la novità per noi, ci ha fatto paura, certamente è stata una mi migrazione selvaggia che ha causato molti disagi, ha causato anche molta delinquenza nelle nostre terre quindi è molto normale che ci sia paura. Il problema è che poi questa paura è stata cavalcata anche dalle forze politiche per degli interessi propri e ancora ci sono forze politiche che cavalcano questa paura dello straniero, dello sconosciuto e quindi in realtà non ci preparano a un domani migliore però noi dovremmo imparare che intanto quest’altra sponda del Mediterraneo che è loro è la prima che deve dialogare con noi. Non dimentichiamo che persone chiaroveggenti come Mattei, La Pira, dicevano: sì, facciamo l’Europa unita ma facciamola mediterranea, facciamo perché siamo il Mare Nostrum è un mare è un ponte, non ci deve dividere e abbiamo bisogno gli uni gli altri. Lì bisogna ringraziare Papa Francesco per quel documento sulla fraternità che lui ha firmato con il grande Imam del Cairo a Dubai che è un patto di fraternità per tutti gli uomini, ma soprattutto tra cristiani e musulmani. Speriamo che funzioni, che sia incoraggiato che sia confermato, poi non si dovrebbe avere paura se le cose si fanno in ascolto dell’altro e per conoscere l’altro. Se aumenta la diffidenza o se si vuole l’altro che sia continuamente uno schiavo nostro, certamente la paura sarà alimentata”.

Ecco perché c’è gente che dice: il Dio della Bibbia è ancora più cattivo del Dio del Corano.

Siamo lì, siam lì. Se guardiamo i testi dell’Antico Testamento ci sono testi di guerra da una parte come dall’altra, ma quello, sono il segno dell’evoluzione dei popoli e si registra semplicemente di un Dio o quel che voleva Dio. In realtà è  quel che volevano gli uomini, mettendo Dio dalla loro parte. La cosa grave è che noi cristiani in Ucraina abbiamo detto che Dio è con noi e abbiamo usato la guerra gli uni con gli altri. Non solo Kiril, gli ortodossi, anche i cattolici greco cattolici non sono stati diversi. Hanno benedetto le armi, hanno benedetto i missili, dicevano di odiare guerreggiare contro l’altro… quindi anche lì, cattolici e ortodossi, uguali. Io non avrei mai pensato nella vita di vedere dei cristiani che dicessero: Dio sta dalla nostra parte e vuole il massacro del nemico, quindi al di là dei testi, della Bibbia, il problema è l’uomo con un cuore che quando lascia crescere il male dentro e poi mescola religione e nazione, imbastisce la cosa più perversa e più esplosiva. Mai nazionalismo e religione mescolate insieme, è la miscela esplosiva più pericolosa”.

Lei ha ancora tanto da dare: come sarà il suo futuro?

Il mio futuro, ho compiuto ottant’anni! Devo andare fino alla fine con quel che ho fatto. A ottant’anni ho detto, come Sant’Antonio abate primo dei monaci: OGGI RICOMINCIO. Devo ricominciare daccapo sempre e fare quel che ho sempre fatto.ne più ne meno. Da uomo e da Cristiano”.

Enzo Bianchi, il fondatore della comunità monastica di Bose

Religioso e scrittore italiano (nato Castel Boglione, Asti, 1943). Ultimati gli studi in Giurisprudenza, nel 1965 ha fondato la comunità monastica di Bose (Biella), anche se i primi fratelli e sorelle lo hanno raggiunto solo tre anni più tardi. Composta da monaci di entrambi i sessi e provenienti da Chiese cristiane differenti, la comunità di Bose ha incontrato non poche difficoltà nel farsi accettare dalla gerarchia cattolica, soprattutto all’inizio; negli anni però l’impegno per la promozione del dialogo ecumenico le ha assicurato il sostegno da parte della Chiesa di Roma e oggi conta oltre ottanta membri ed è presente anche a Gerusalemme, Assisi e Ostuni. Priore della comunità fino al 2017, Enzo Bianchi è anche un noto scrittore nonché fondatore della casa editrice Edizioni Qiqajon, specializzata in testi di spiritualità biblica, liturgica, monastica e patristica. Da anni scrive per La Stampa, la Repubblica, Avvenire e, dopo aver vinto il Premio Cesare Pavese con Il pane di ieri (2009), ha pubblicato tra gli altri Una lotta per la vita (2011), Il mantello di Elia (2012), Fede e fiducia (2013), Dono e perdono (2014), Raccontare l’amore. Parabole di uomini e donne (2015), Spezzare il pane. Gesù a tavola e la sapienza del vivere (2015), L’amore scandaloso di Dio (2016), Gesù e le donne (2016), La vita e i giorni. Sulla vecchiaia (2018) e Cosa c’è di là (2022). Nel 2013 è stato edito il volume collettaneo La sapienza del cuore, raccolta di contributi sui temi legati alla figura del religioso.