Logo
Una viola, un violino

Sporco la faccia di una facciata sfacciata dentro a un fossato con un cane ossuto che nuota in superficie. Io non so dove vado. E nemmeno perché vado. In fondo, alla fine, quando vado voglio solo tornare. Come settembre. Che sembra scorbutico ma riaccoglie e coglie pezzi di nuovo ovunque. Il mio divano mi guarda sempre quando me ne vado, così come i libri che se ne stanno disordinati dappertutto e alla fine quando cerco parole che non trovo, sono loro che trovano me. La mia mamma si ostina a tenere i gerani anche se fa fatica a curarli perché alla fine nell’età in cui si sfiorisce sono loro che fanno fiorire lei. E intanto la sera viene buio presto. E io al Santuario ci vado comunque e il comunque non è mai qualunque. L’uva che matura e il nocciolo che cresce. La tovaglia pulita e il pulito di un sorriso. La passione per una viola e la musica dolce di un violino. Il fiume inquieto che arriva alla terra e la ingravida di nettare. L’immaginazione dei bambini. L’audacia dei poeti. L’arroganza di Dio. Sogno come se sognare fosse il compimento di una vita, come se la realtà fosse svanita o forse è vanità che resta. Come se non ci fossero più le parole, né luoghi o calendari. Nemmeno la polvere sul comodino. C’è tutto il resto. Un inizio nuovo. E un nuovo inizio.