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|QUELLI TRA CALCIO E REALTÀ/13 – L’asta del Fanta e il ricordo del Maestrone
Per quasi tutti agosto è sinonimo di Palio degli asini, vacanze in spiagge straniere raggiungibili solo con voli Ryanair, stelle cadenti e fuochi di san Rocco. Ma per Domenico no, e non solo perché non capisce come mai san Rocco sia tanto famoso e celebrato rispetto ad altri santi come san Gancillo. Chissà forse lui era più simpatico. Boh. Questo Menech non lo sa e gli sembra strano, ma è sicuro che per lui ad agosto è “bello inebriarsi di vino e di calore” alla grigliata di Ferragosto, alle domeniche in piscina a Darfo e soprattutto all’asta del Fantacalcio. Sì, quello è il momento clou della sua estate, ed è di certo nella top dieci di tutti gli appuntamenti dell’anno, di cui non fanno parte le festività religiose che tanto lo annoiano, poiché lo obbligano a stare a tavola con parenti che discutono di educazione dei figli e costi sempre maggiori della spesa, con una capacità di sdrammatizzare e alleggerire le questioni seconda solo a quella di Marco Travaglio. Invece all’asta per il Fanta ci sono quasi tutti i suoi amici, “che non son certo parecchi, son come i denti in bocca a certi vecchi, ma proprio perché pochi son buoni fino in fondo.” e sempre pronti a masticare il mondo.” Quasi, perché due non partecipano a questa competizione che sa mescolare conoscenze e fortuna, azzardo e metodo, esattamente come una “mano di tarocchi che non sai mai giocare.” I due sono Igor e Raffaele. Il primo non ha mai partecipato, frenato dal suo scarso, se non nullo desiderio di stare con gli altri, nonostante sia un appassionato tifoso milanista e un ex calciatore con grandi potenzialità, che purtroppo si scontravano con il suo spirito selvaggio che non gli faceva apprezzare schemi tattici e regole da spogliatoio. L’altro invece all’inizio era un membro della Lega fantacalcista, ma la sua costanza, che durava quasi meno di un 50 metri a dorso di Sara Curnis, lo portava a dimenticarsi di inserire la formazione e lo costringeva ad arrivare sempre ultimo, con annessi debiti di gioco da saldare e sfottò degli amici. Così, già ai bei tempi di Cristiano Doni, Kakà, Cicco Cozza e Riccardo Zampagna, Raffa ha abbandonato il Fanta. Ora non ha rimpianti e affronta la crisi di mezza età cimentandosi in vari sport, prima il padel e adesso la bicicletta, sempre con enormi compere per il materiale tecnico più performante e un grande entusiasmo iniziale che va scemando nel giro di pochi mesi, tra le proteste della moglie che, come risposta, ottiene solo sbuffi annoiati, quasi sconsolati. Se questi sono gli assenti, tra i presenti c’è anche un essere quasi mitologico, che si palesa in valle solo per pochissimi eventi. Lui è Simone. “Figlio d’una casalinga e di un impiegato” che dopo la laurea con lode in Economia, è stato assunto in banca, si è trasferito in Germania, “si è sposato, fa carriera ed è una morte ancor peggiore”, almeno così credono i più invidiosi.
E allora, dato che bisogna esserci tutti e che il tempo dedicato da Simù alle amicizie è meno di quello che impiega Nadia Batocletti a percorrere 5 mila metri di corsa, già a metà luglio, sul gruppo Whatsapp sono iniziate le discussioni per cercare di trovare quell’unica, maledetta e straordinaria data libera. E come tutte le estati il dibattito è lungo, con soluzioni che vengono ipotizzate e subito stroncate, con proposte che sembrano essere calzanti ma trovano il veto decisivo di un unico membro. Quest’anno il conclave è stato talmente lungo, logorante e intricato che Franchino è addirittura arrivato a proporre di fare l’asta da remoto: «Ci sono delle app che lo consentono» ha scritto sul gruppo.
«Bell’idea!» Ha risposto con il solito sarcasmo pungente Paolone: «Dimmi quali sono che inizio a scaricarle.»
E Menech se la ride. Come sempre quando parla Paul, che ha la perfezione del tempo comico e quella stupenda originalità che non lo fa mai essere prevedibile. In più, questa volta è pienamente d’accordo con lui: il bello del Fantacalcio è appunto l’asta, il ritrovarsi tutti insieme, seguendo ancora quella “religione del tirare tardi e aspettare il mattino”, che tanto veniva praticata da lui e i suoi amici una ventina d’anni fa e che adesso è soltanto un “ricordo lucente e durissimo come il diamante”.
E come loro due, per fortuna, la pensano tutti, anche se non scrivono nulla sul gruppo, per non fare ulteriormente crucciare Franco che già si è chiuso nel suo guscio del visualizzo-e-non-rispondo. Finché arriva Vincenzo con la proposta spiazzante, che, come nei migliori film hollywoodiani, è quella decisiva: «E se facessimo venerdì 22 agosto, la sera prima che inizi la serie A?»
Così alle 20.30 di quella benedetta data, son tutti lì, tutti dieci, come tutte le estati, attorno al tavolone, sotto il piccolo portico dell’umile dimora di Paolo, una villettina da due piani, più cantina, box interrato, mansarda, piscina coperta e giardino, che è un bel dito medio alla “giustizia proletaria” che tanto vorrebbe Menech. Ed eccoli tutti lì: Micheal il presidente silenzioso che si sveglia solo per insultare chi alza la voce, Antonio che si agita e non smette mai di muovere nervosamente la gamba destra, Giuseppe con il suo iPad pro, Gianni che disegna con la penna nera, immagini caotiche quasi più terrificanti dell’Urlo di Munch o di “strani fantasmi e sogni vani che danno quell’ipocondria ben nota”. Poi c’è Vincenzo che andrà a caccia dei soliti talenti di Sassuolo e Frosinone, Paolo seduto a capotavola che sfotte tutti e Domenico, che si piazza sempre tra Franco e Marco, i due favoriti, i due con il palmarès più ricco, i due più furbi che sanno modificare le regole a loro vantaggio e conoscono giocatori che nemmeno l’album Panini ha mai immortalato.
Menech si siede lì perché vorrebbe estorcere i loro segreti, le loro strategie più nascoste, i loro colpi finali, quelli che prendono a uno e che poi saranno decisivi. Ma poi casca sempre nella sua frenesia spendereccia e non si ricorda mai che i fantamilioni come “le stagioni ed i sorrisi son denari che van spesi con dovuta proprietà”. Così compra sempre un portiere forte, quest’anno Martinez dell’Inter, «perché Carnesecchi prenderà troppi goal. La difesa dell’Atalanta è cambiata completamente e non è affidabile. Avete visto ieri sera contro quegli israeliani?»
«Sì Menech. Noi lo abbiamo visto, ma tu sei stato allo stadio a urlare solo Palestina libera per tutta la partita.»
«È vero Franco. Ma non guardo con la bocca. Ho visto che Kossonou il sardo non è troppo affidabile, Scalvini ne ha sempre una e poi deve abituarsi a giocare a quattro e soprattutto Bellanova non lo farei giocare nemmeno al torneo dei bar.»
«Dai dacci altri consigli tu che non sbagli mai. Tu che in 30 edizioni ne hai vinto addirittura uno!»
«Ahimè non sono fortunato come te: Mourinho del Fanta!»
«No, sei scarso e basta.» Interviene netto come una cesoia il presidente. «E poi sei vecchio dentro. Pensi sempre ai giocatori del passato, ma quelli lì ormai non giocano più. Rassegnati!»
«Hai anche ragione tu Mike. Però quando abbiamo iniziato c’erano difensori come Maldini, Vierchowod, Bergomi o Baresi. Adesso stiamo facendo l’asta per Gallo del Lecce o Bella-Kotchap del Venezia. Dai è uno strazio. Non c’è più nemmeno Giasone Djimsiti, almeno lui era una certezza: giocava sempre e ogni tanto faceva anche goal.»
«Peccato, però dai che andiamo avanti che domani mattina alle 7 devo essere in cantiere.» Chiude il dibattitto Beppe, con il pragmatismo dell’impresario, che nel frattempo non rifiuta mai di farsi riempire il bicchiere di birra.
E così si arriva ai centrocampisti. Il momento più atteso da Menech che da anni ritiene «gli attaccanti di serie A troppo scarsi. È meglio spendere a centrocampo.» E qui il suo primo obiettivo è Carletto De Ketelaere «anche perché ieri sera, senza di lui, non c’era nessuno che saltava l’uomo. Questo qui con il gioco di Sarri fa strabene.» Gli altri lo sanno e allora, apposta, fanno l’asta, continuano a rilanciare e gli alzano il prezzo. Domenico se lo aggiudica ed è molto felice, anche se logicamente “gode più nell’ubriacarsi, oppure a masturbarsi o al limite a scopare”. Però quando arrivano gli attaccanti lui è spennato, povero come uno scommettitore che all’ippodromo puntava sui cavalli avversari di Varenne, perciò durante i primi grandi nomi di bomber Menech si sente più fuori posto di Salvini al concerto in omaggio a De Andrè, nella sua storica tenuta dell’Agnata. E alla fine a Domenico non resta che comprare Castro, con la certezza che «gli attaccanti di Gasperini fanno sempre “bene, anzi, direi… benone!”» Ma, arrivato a casa, prima di dormire, ripensa alla serata, all’asta del Fantacalcio, ai soliti riti o tic di ognuno, ai soliti sfottò, alle consuete risate e tra sé canticchia come gli ha insegnato il suo cantautore preferito, l’inimitabile Francesco Guccini: “Voglio veder chi sceglie, con tanti pretendenti, fra santi tristi e noi più divertenti!” E poi, il suo tanto amato Maestrone di filosofia in note, se lo immagina là, in “un paradiso su misura, in tutto somigliante al solito locale, ma dove il bere non si paga e non fa male!”
Zio Gaspare

