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Il caro estinto

Sopravviveranno i dialetti? È l’interrogativo che, in una tavola rotonda organizzata all’interno del Film Festival della Lessinia, si sono posti i relatori Giovanni Destro Risol (Dai Neanderthal al Cimbro), Alberto Castaldini (La lingua madre dei Cimbri), Ezio Bonomi (Il dialetto lingua madre), animati da Vito Massalongo. Anch’io, grazie alla rete degli Incontri Tra/Montani, sono intervenuto come relatore parlando dei dialetti lombardi e del loro futuro. Ho sostenuto, un po’ provocatoriamente, che stavamo celebrando il funerale delle lingue dialettali. È vero che in Veneto il dialetto è ancora molto più usato che in Lombardia. Le ragioni sono dovute, a mio avviso, alla comprensibilità da parte di tutti gli italiani della lingua di Venezia rispetto ad altre palate volgari, alla lunga tradizione amministrativa della Serenissima Repubblica, alla letteratura scritta in veneto che garantisce una vita più lunga.
Il lombardo-milanese invece non possiede tutte queste caratteristiche e, di fatto, come aveva già notato il linguista Devoto, sopravvive come parlata quotidiana quasi solo nel Canton Ticino svizzero. Ho motivato il mio pessimismo sul futuro dei dialetti con osservazioni quasi esclusivamente sociologiche. Nel passato i matrimoni avvenivano, soprattutto nei piccoli comuni, tra compaesani che parlavano lo stesso dialetto. Dagli anni Sessanta invece, a causa della rivoluzione socio-economica avvenuta in quegli anni, i matrimoni sono divenuti unioni tra persone di provenienze e dialetti diversi a causa soprattutto dell’emigrazione da sud a nord e dalle valli verso le città.
Quale poteva essere la soluzione adottata per i figli? Insegnare due dialetti o passare direttamente all’italiano? Si è passati direttamente alla lingua nazionale che precedentemente si cominciava ad imparare solo a scuola.
In quegli anni anche genitori con la stessa provenienza linguistica hanno deciso che alla prole bisognava parlare in italiano. Si è quindi creata una situazione paradossale: tra genitori si parlava dialetto, con i figli si usava una lingua diversa che ha portato gradualmente all’abbandono dei dialetti. Dobbiamo preoccuparci o piangere sul dialetto caro estinto? Assolutamente no anche perché sarebbero lagrime inutili che non cambiano di una virgola la realtà. Dobbiamo però essere coscienti che se perdiamo i dialetti buttiamo al macero un patrimonio millenario che testimonia la civiltà contadina, l’origine delle lingue, la mentalità del passato con i suoi modi originali di comunicare.
Una ricchezza immensa che viene cancellata nel giro di un paio di generazioni. Allora come salvare i dialetti? A mio avviso creando i Musei Etnografici delle lingue volgari. Rimane una sola strada. Come per gli attrezzi agricoli museificati perché ci si ricordi di circa settemila anni dell’evoluzione economica che ha fornito il cibo alle famiglie attraverso le coltivazioni e l’allevamento.
Poiché la lingua non è un oggetto materiale da appendere su una parete, l’unico modo per conservarla è quello di registrarla in Vocabolari.  È ciò che si è fatto degnamente in Valtellina dove si sono creati, grazie al linguista Remo Bracchi, dizionari dei dialetti di molti comuni. In altre valli tale lavoro non ha avuto un approccio sistematico e scientificamente fondato. C’è poco tempo per rimediare e quindi è necessario cominciare da subito. Che senso può avere un’operazione che può apparire solamente nostalgica? Dal punto di vista linguistico un valore incomparabile. È necessario documentare gli alfabeti diversi tra dialetti e italiano. Nei dialetti c’è la ö, la ü, la th che non esistono nella lingua nazionale. Le parlate volgari conservano origini antichissime nel dizionario usato e nei toponimi che con l’abbandono dell’agricoltura e dell’allevamento tradizionali sono destinati a morire pur avendo un’importanza capitale per documentare il passato. Come conserviamo le vecchie zappe che non si useranno più, così dobbiamo conservare le parole che testimoniano il modo di pensare dei nostri antenati. Ricordare la tecnologia è importante. Ricordare e tramandare la mentalità che emerge dalla lingua parlata è altrettanto doveroso. Così potremmo immaginare anche come pensava l’uomo di Neanderthal. Vi pare poco?