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Clusone, il Bosco Incantato: una fiaba con un finale per nulla lieto

C’era una volta, i miei venticinque lettori diranno un re, oppure un castello, qualcuno addirittura starà pensando ad un burattino. Invece no, c’era un bosco, uno come tanti altri, in salita, sul versante di una montagna abbastanza ripida, un po’ trasandato, quasi abbandonato, ma con al centro un roccolo, una di quelle casette strette, con spazi angusti, disposti su due paini. Non era nulla di speciale, era un posto come ce ne sono tanti sulle montagne che circondano l’altopiano di Clusone. A dire il vero non era nulla di che, ma per una persona era un posto speciale. Quella persona, tanti anni fa era un bambino che tutti chiamavano Giannino e proprio lì, proprio in quel roccolo soprannominato Zuccone, lui passava le vacanze, insieme a suoi genitori, soprattutto insieme alla sua mamma, mentre il babbo era al lavoro.
Ma poi anche quel bambino è cresciuto e, accidenti, anche lui ha dovuto cominciare a lavorare e le estati non erano più tutte giocate lì in mezzo al bosco, in montagna. No, le giornate passavano in officina, tra mani sporche d’olio e moto da preparare. E intanto l’erba cresce, alcuni rami si spezzano, alcuni tronchi cadono, i sentieri che portano al roccolo sono sempre più difficile da trovare e percorrere. Così, mentre lavora tra bulloni, catene e chiavi inglesi quel Giannino ha sempre un’idea in testa: appena non dovrà più lavorare tornerà al suo amato roccolo Zuccone. E così fa. Quel bambino ormai è grande, i capelli sono ormai argentati, sulle guance si sono disegnate le rughe e addirittura è diventato papà, di un altro bambino che anche lui ha ormai la barba sul viso. Ma Giannino è tornato nella tana del suo cuore e attrezzato di forbici e motoseghe, inizia a pulire il bosco.
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