Guerra totale, code di chilometri ai distributori di benzina. Ma dove? In Russia. Ah. Qui da noi solo raffiche di bestemmie quando ci si ferma per fare il pieno. Il pieno? C’era una vignetta di Giannelli l’altro giorno sul Corriere con la ressa di curiosi intorno a una pompa di benzina: l’evento era che c’era uno che, appunto, aveva il coraggio e la disponibilità di fare il pieno. Tutti a chiedersi, nell’analfabetismo di ritorno, cosa cavolo siano le “accise”, che possono però essere facilmente confuse con gli “accidenti” mandati per aria con la speranza che, come un palloncino volante, arrivino a Roma, dentro i palazzi del potere. C’era una vecchia canzone di Jannacci e Fo, “Il Bonzo” in cui si raccontava di un bonzo che s’era bruciato in piazza, della disgrazia in miniera e il disinteresse di chi ascoltava per gente che lottava per la libertà e i diritti sul lavoro: “io c’ho la macchina, c’ho un bel mestiere e non faccio il minatore, c’ho la mutua, c’ho la casa al terzo piano, c’ho i servizi col bidet: cosa interessa a me della mia libertà?”. Poi il tipo veniva licenziato per la “legge del mercato”. Allora gli si ridestava l’interesse per quello che succedeva nel mondo. E così adesso andiamo a cercare su google la cartina per vedere dove cavolo sta questo maledetto stretto di Hormuz e cosa c’entra con la benzina a due euro e il diesel che adesso costa di più e non si capisce il perché che è sempre costato di meno e cosa dice e fa quel matto di Trump e “perché gli americani che hanno tutte quelle armi in casa non lo fanno fuori come hanno fatto con quello, come si chiamava? Ecco, Kennedy…”. “Che poi ne hanno ammazzati altri tre di Presidenti…”. “Ah, non lo sapevo, ma sarà successo magari mille anni fa”. “Guarda che gli Stati Uniti hanno solo 250 anni”. “Ah, per quello eleggono gente come Trump, da noi non succederebbe che abbiamo millenni di storia, anche se a scuola ero sempre bocciato proprio in storia che non ricordavo mai le date”. “Guarda che lo Stato Italiano è nato solo nel 1861…”. “A occhio mi sembrava più vecchio… ma prima abbiamo avuto l’impero romano…”, “Anche da loro prima c’erano gli indiani che poi non erano nemmeno indiani perché…”, “come no, li ho visti al cinema da piccolo”, “Sì ma… dai fa niente, beviamoci su, che magari da domani ci raddoppiano anche il calice di rosso, anche se per fortuna non arriva da quelle parti…”. “Visto il sapore, non ci giurerei…”. E qui scatta la commedia col gestore del bar che è risentito, gli dà addosso, “come vi permettete che lo vado a prendere nell’Oltrepò…” ecc. Analfabetismo di ritorno, anche se a sentire la conversazione, viene il dubbio che per qualcuno non sia mai nemmeno partito. Fatto sta che “Des mi interessa anche a me / della mia libertà”, prosegue la canzone e di quello che succede oltre la siepe “che da tanta parte / dell’ultimo orizzonte / il guardo esclude” (Leopardi) e ci impedisce di capire cosa ci sta succedendo, chi ha deciso cosa, chi ha dichiarato guerra, chi la subisce, chi ha ragione e chi ha torto, chi è il buono e chi il cattivo in queste storiacce che ci sono piombate addosso che nemmeno ce ne siamo accorti, a furia di starcene nel nostro orticello curando il giardino e l’albero delle pere, perché, direbbe Gaber: “La libertà non è star sopra un albero / non è neanche il volo di un moscone / la libertà non è uno spazio libero / libertà è partecipazione”. E finisce anche agosto, anche se il tempo scandito dalle stagioni “che non sono più quelle di una volta”, fa venire il dubbio che lo si stia sprecando e “gli anni passano, i bimbi (i pochi che generiamo) crescono”, ma a invecchiare non sono solo le mamme (quorun ego).


