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Invasioni e… afflussi
AP/Keystone

Quando l’ignoranza di governo e di opposizione e la demagogia di governo e di opposizione si danno la mano, l’opinione pubblica non capisce più nulla. C’è stata o no un’invasione del territorio europeo da parte di orde di immigrati, con annesso saccheggio? Secondo il governo sì, secondo l’opposizione non è successo quasi nulla. La verità non sta nel mezzo, ma fuori da ambedue queste posizioni. Partiamo di fatti: Ceuta e Melilla sono due città spagnole situate a circa 400 chilometri di distanza sulla costa nord del Marocco. Sono circondate interamente dal Marocco e dalle sue acque territoriali, sono le uniche frontiere terrestri tra Unione Europea e Africa, ma fanno parte della Spagna e dell’euro. Ceuta ha 85.000 residenti su una superficie di 18 chilometri quadrati, Melilla 86.000 su 12 chilometri. Sono residui di vecchie storie coloniali. Ceuta fu conquistata dal Regno di Portogallo nel 1415. Nel 1640, quando si dissolse l’Unione Iberica, la popolazione locale scelse di restare fedele alla Spagna.
Quanto a Melilla, nel 1497 una flotta guidata dal Duca di Medina Sidonia occupò la città. Il Marocco oggi rivendica queste due “exclaves”, ma sa benissimo che i ceutini/melillesi non hanno nessuna voglia di diventare “marocchini”.
D’altronde il Marocco è un’invenzione moderna. C’erano due sultanati perennemente in lotta fra di loro, con le potenze cristiane, con gli Stati islamici confinanti e con lo stesso Califfato di Costantinopoli. Se il Marocco ha manovrato questo esodo, lo ha fatto perché vuole il Sahrawi, a sud del Marocco, con capitale El Aaiun. Si è trattato di atto di un’invasione del suolo europeo? No. Per farlo, la massa di 72 mila avrebbe dovuto attraversare a nuoto un bel pezzo di Mediterraneo. Così, questi disperati, usati cinicamente dal Marocco per regolare conti e diatribe con la Spagna, sono tornati subito indietro, non senza aver lasciato 84 morti in mare. Sanchez ha risolto in pochi giorni il problema.
Cosa che non riesce a fare l’Italia. Qui non ci sono invasioni di massa, ma un afflusso molecolare continuo di migranti. Una volta arrivati, finiscono nei Centri, poi viene dato loro il foglio di via di ritorno verso i loro Paesi d’origine. Se ne guardano bene dal tornarci. Anche perché i Paesi d’origine sono ben contenti che se ne siano andati, non li rivogliono indietro, sia perché la loro assenza è un problema sociale in meno, sia perché, se riescono a trovare un lavoro, anche illegale, esso produce rimesse per i familiari rimasti in patria.
Perciò l’Italia e l’Europa si trovano di fronte ad un intrico di problemi e contraddizioni, che nessuna semplificazione populista può risolvere. Essa può servire a raccattare qualche voto, non a risolvere i problemi.
Il primo è che l’Europa tutta quanta, ha bisogno urgente di manodopera nelle industrie, nell’agricoltura, nei servizi socio-sanitari, nei trasporti, soprattutto nelle fasce basse del mercato del lavoro. La ragione è arcinota: l’inverno demografico europeo, accompagnato da un invecchiamento e infragilimento della popolazione e dal rifiuto dei nostri figli di fare lavori di bassa qualifica.
Questa manodopera è fornita dagli immigrati. Funziona qui la legge dei vasi comunicanti: quello africano e asiatico è pieno, quello europeo è sempre più vuoto. Una volta i nostri paesi erano pieni di neonati e di bambini, adesso di anziani e giovani coppie a spasso con il cagnolino. Non è colpa degli immigrati, ma della caduta della speranza nel futuro dell’Occidente collettivo.
Il secondo problema è la resistenza delle nostre popolazioni a fare i conti con culture “aliene”, soprattutto quelle di ispirazione islamica, e con la resistenza di queste culture a integrarsi. La lingua è il primo motore di integrazione. Se i figli degli immigrati la apprendono abbastanza in fretta, non così le famiglie di origine. L’altro motore è la scuola. La struttura burocratico-amministrativa del sistema complica il pieno e fruttuoso accesso dei ragazzi immigrati. Il risultato è che la dispersione scolastica di questi ragazzi arriva al 26%, quella dei coetanei italiani è del 6%.
Incapacità ad integrarsi implica aumento della delinquenza: i carcerati stranieri sono circa 20 mila su una popolazione immigrata di poco più di 5 milioni, i carcerati italiani sono oltre 40 mila, su una popolazione di 59 milioni. Il fallimento di un’integrazione severa produce conflitti, disintegrazione e gruppi in aumento di giovani “maranza” che la sera e nei week-end calano nelle città e compiono atti di provocazione, accoltellamenti, violenze. Fare gli Hub-asilo di immigrati in Paesi terzi? Facile a dirsi, ma l’esperienza italiana in Albania non ha funzionato. La morale di questa triste “favola” è che non ci sono scorciatoie.