Endine, viaggio nel boschetto dello spaccio: “Ci sono giorni che è un continuo via vai di persone, parcheggiano lì sulla strada e poi salgono verso il bosco. Scambi veloci…”, tra sterpaglie e resti di cibo e lattine
Dentro il boschetto, a pochi passi dalla strada, si trovano bottiglie, lattine, scarti di cibo e indumenti lasciati a terra
Squilla il telefono in redazione, una mattinata di fine luglio. “Buongiorno, volevo parlare con chi si occupa della Val Cavallina, magari di Endine”. “Dica pure”, intervengo. Dall’altra parte del telefono una voce maschile probabilmente di mezza età, schietta e che preferisce restare anonima. Che già questo di per se potrebbe essere un buon motivo per interrompere la conversazione, ma paziento qualche altro secondo. Chissà. “Poco importa chi io sia, quel che importa alla gente che vive qui è che si parli dello spaccio, di quello che vediamo quotidianamente e che magari non fa dormire sonni tranquilli a chi in casa ha figli adolescenti. Ha presente tra Endine e la località Pura? Verso San Felice… Ecco, in quella zona ci sono dei boschi, ci faccia un giro”. Taglia corto e dopo un veloce congedo, riattacca. Potrei fermarmi qui oppure approfondire. E la seconda opzione è quella che mi chiama. Sono le 10:30 del mattino, prendo l’auto, la temperatura là fuori è rovente, il termometro mi suggerisce che ci sono 34 gradi. Percepiti… molti di più. Percorro una SS42 piuttosto libera dal traffico – di questi tempi è veramente una fortuna – poi imbocco la Sp76 e vado verso il cimitero di Endine, che è alla mia sinistra, proseguo una manciata di chilometri e vedo in lontananza un cartello ormai sbiadito dal tempo e dalle intemperie. Metto la freccia a destra, c’è una specie di piazzola, mi fermo qui. Raccolgo qualche informazione dalle poche persone che incontro: “Sì, sei nel posto giusto. Ci sono giorni che è un continuo via vai di persone, parcheggiano lì sulla strada e poi salgono verso il bosco. Scambi veloci. Direi che sono ragazzi nord africani, per lo più tra i venti e trent’anni”. Mi danno due indicazioni e mi metto in cammino. Percorro a ritroso un centinaio di metri, alla mia sinistra si intravede il lago di Endine, le sue acque quiete, a destra vedo quel boschetto descritto un’oretta prima al telefono. La strada è sgombra, evidentemente il caldo ha scoraggiato gli abitanti del luogo ad uscire, soltanto un paio di ciclisti hanno deciso di sfidarlo. L’asfalto mi restituisce tutto il calore accumulato in poche ore di sole, mentre un leggero, impercettibile soffio di vento trasporta verso l’alto un cumulo di polline volato via dalla vegetazione della vicina sponda. Faccio pochi passi nel prato e sono subito dentro questo primo boschetto di alberi e rovi che si intrecciano. Non c’è nessuno, ma forse qualcuno c’è stato fino a poco tempo fa. Anzi, dev’essere stato proprio così. Mi accorgo ben presto che qui non ci si viene per prendere un po’ di fresco. Le foglie secche si sgretolano sotto le mie scarpe, cerco di schivare ortiche e rami spezzati, ma qui bisogna fare lo slalom anche tra tutto ciò che chi ha bivaccato ha abbandonato qui. Mi fermo, tolgo il cellulare dal mio fedele zainetto, e apro la fotocamera per fare memoria di quel che trovo sulla mia strada. Vogliamo iniziare?
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