“Sotto questo sole” sarà anche “bello pedalare” e sicuramente “c’è da sudare”, ma frotte di aspiranti suicidi pedalano per via e per vie traverse, piste ciclabili a singhiozzo che tanto vale, pensano, stare sulla carreggiata e le auto, i camion e i pullman che rallentano, code, le moto che fanno gimkane e ti sfiorano gli specchietti, imprecazioni, la mano alzata con il dito medio teso verso il cielo che incombe azzurro e infuocato. È la guerra con altri mezzi bellezze! Ma che gente siamo diventati che rischiamo la vita non solo sul lavoro ma anche per “distrarci un po’”?
Le nostre sono generazioni che non si fanno fastidiose domande esistenziali, solo domande dell’hic et nunc, qui e adesso, lo sbarcare il lunario, i bisogni quotidiani che domani si vedrà, i ragazzi che si creano un loro mondo parallelo e noi, spazientiti, che predichiamo loro (ovviamente inascoltati) il rispetto di regole e tempi che per loro sono assurdi, ma il bello è che sono assurdi anche per noi, tutta questa fretta per andare dove, per fare che cosa?
Duemila e cinquecento anni fa i filosofi si ponevano le stesse domande e ci sono state risposte sul bene e sul male, il buono e il cattivo (che non c’entra col film di Sergio Leone, comunque un grande), il bello e il brutto, sul come essere felici, che poi magari la risposta che dava Aristotele che più si conosce più si è felici oggi verrebbe sbeffeggiata, sull’aldilà, sul Dio ma soprattutto (Socrate) sull’uomo e le sue contraddizioni quotidiane.
Oggi magari ci sarebbe la domanda, ma non troviamo nemmeno il tempo di aspettare la risposta, una qualsiasi, anche incompleta, anche inadeguata. E poi da chi l’aspettiamo, se non la troviamo in noi stessi? Viviamo, sopravviviamo, camminiamo, corriamo, amiamo, odiamo, arraffiamo, ci arrabbiamo, sudiamo, litighiamo, imbrogliamo, pretendiamo, gridiamo, raccontiamo balle, ridiamo (poco) e piangiamo (di nascosto perché bisogna essere “veri uomini”), invecchiamo e alla fine purtroppo moriamo con la stessa pretesa degli antichi: quella che adesso però è la gratuita speranza di essere ricordati per qualcosa che non abbiamo mai fatto per gli altri, se non per noi stessi.
Giriamo in tondo “intorno al mondo senza amore / come un pacco postale / senza nessuno che ci chiede come va (…) con la vita nei calzoni / col destino in mezzo ai denti” (Dalla-De Gregori).
E resta “questo sole” impietoso che picchia in testa, la evidente risposta ai negazionisti del cambiamento climatico, che ci ha cambiato gli umori, esasperato i dolori, soffocato gli amori tra i rumori di guerra, “affaticati dalla vita piena di zanzare”.
E adesso che arrivano le Feriae Augusti, il nostro Ferragosto, dopo la grigliata, in fase digestiva, potremmo trovare il tempo per fermarci e, durante la pennichella, chiederci dove cavolo stiamo andando (a finire). Capace, se la cerchiamo per conto nostro (senza affidarci all’Intelligenza Artificiale), che troviamo una risposta addirittura migliore (o più conveniente) di quelle di Socrate e Aristotele. Si fa per dire. E allora, per quel che vale, buon Ferragosto.


