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QUELLI TRA CALCIO E REALTÀ/12 – L’inutilità del calcio d’estate, quasi come il comandamento numero due per El Tigre Matteo Ruggeri

Ebbene sì. Alla prima amichevole dell’Atalanta di Maurizio Sarri contro l’Under 23, Domenico c’è. A voler essere sinceri lui non ci teneva molto ad esserci. Sin da quando il Cavaliere aveva inventato il trofeo Berlusconi, per ricordare il padre defunto e tenere sempre ben gonfio il proprio ego, Menech ha sempre ritenuto il calcio d’estate inutile. Quando era giovane, per spiegare questa sua convinzione, diceva fosse come “quando limoni in discoteca“. Oggi, che non va più a ballare ogni sera prefestiva, e che con i ragazzini nati dopo il rigore di Fabio Grosso può vantarsi di aver visto entrambi i mondiali vinti dall’Italia nel dopoguerra, non usa più quella similitudine proto-affettiva, ma resta fedele alla sua linea di pensiero: d’estate è bello fare la pennichella con la televisione accesa sul Tour de France e andare alle feste di paese con gli amici; ma il calcio no. Non ha senso.
Però sabato 18 luglio è andato a Clusone e l’ha fatto per il figlio, che è in quella fase della vita dove vorrebbe giocare ancora tutto il giorno a pallone e nascondino, ma inizia a soffrire la pressione di alcuni amichetti del Cre più smaliziati e infelici che già iniziano ad avere il cellulare e qualche attrazione verso le coetanee. Ma soprattutto è in quel momento in cui vorrebbe andare allo stadio a vedere la Dea, ma la mamma è contraria perché «è pericoloso. Là dentro siete tutti animali ignoranti. Se va giù impara a picchiare, a drogarsi e a dire solo parolacce.» Invece Menech vorrebbe esaudire questo desiderio del figlio. Non perché creda che lo stadio sia un ambiente educativo. Questo certamente non può dirlo. Ma gli piacerebbe per trasmettere la sua passione per i colori neroblù di padre in figlio, come in quei post che legge su Facebook e che tanto toccano il cuore di un romantico come lui. Allora ecco il compromesso perfetto: l’amichevole di inizio stagione, che è vicina a casa e soprattutto dove non ci saranno gli ultras che tanto impressionano la moglie.
Così appena ha ottenuto il consenso un po’ stiracchiato della moglie, Domenico ha dato il compito al fidato Franchino di compragli i biglietti «E dato che sono un signore te lo offro anche a te.» Gli ha scritto in privato. L’amico ha risposto solo con la foto dei due biglietti e un laconico «Io non ci sono.»

“Ahia” ha pensato Menech: “quando il mio socio fa così o è troppo preso con il lavoro, oppure è in pieno conflitto sentimentale con la morosa, che vorrebbe andare a convivere vicino ai suoi genitori, mentre lui ancora frena e vorrebbe godersi ancora un po’ di libertà vigilata”.

La risposta al quesito Domenico non la sa e forse la scoprirà la prossima volta che Franco avrà bevuto quei quattro calicetti in più. Però questo dubbio non lo cruccia. L’entusiasmo è tanto e quando torna a casa il figlio risponde non deludendo i sentimenti paterni. Sulla scia di questo slancio propositivo Menech scrive sul gruppo degli amici: «Sabato pomeriggio qualcuno viene a Clusone a vedere l’Atalanta?»

Il primo a rispondere è Micheal: «Assolutamente no. Non gli do 10 euro a quei palancai.» E poi il solito coro di «io no» interrotto solo dal «ci sono» di Marco, juventino per dinastia, ma anche atalantino all’occorrenza, soprattutto quando la Dea va meglio della Vecchia signora. Insomma, un esemplare non raro negli ultimi anni, di quelli che si sono addirittura abbonati in Curva nord da quando è arrivato il Gasp, ma che erano già prontissimi a stracciare questa fedeltà quando la Dea con Juric sembrava tornata ad annaspare nella metà sinistra della classifica, anche se non lo ammetteranno mai, nemmeno se torturati e costretti ad ascoltare all’infinito le telecronache di Lele Adani.

Lui, Marco è un po’ diverso. Non solo perché adesso è anche un po’ tifoso del Como, dato che sostiene tutte le squadre che giocano bene e soprattutto vincono, ma perché lui l’abbonamento non l’ha mai fatto e mai lo farà. Non per questione di sangue gobbo, ma perché è troppo caro per la sua alta propensione al braccino corto.

Così alle 4 e mezzo del pomeriggio Domenico e il figlio sono già sul piazzale davanti al campo di Clusone. Giusto in tempo per vedere arrivare il pullman della squadra scortato dalla motorata dei tifosi. Clacson, fumogeni e cori. «Ma cosa fanno in tre su un motorino e pure senza casco. Non siamo a Napoli.» Borbotta qualcuno in polo e jeans. Menech sente, ma fa finta di niente. A lui questo clima da stadio che strizza l’occhio all’anarchia piace, lo diverte. Perciò, leale alla sua idea pacifista, non risponde a questi contestatori da tribuna con il suv, anche se la strada più avventurose che hanno mai percorso è la discesa verso il proprio box. Nel frattempo, Marco è già dentro. È in tribuna. Anzi, ad essere preciso seduto sulle scale in cemento perché posto sui seggiolini non c’è già più.

«Ti aspetto qui.» Gli ha scritto. Menech non lo vede. È il figlio ad indicarglielo. Lo raggiugono, si siedono stretti e al sole. A Domenico va bene così, gli manca solo una birretta. Il problema è il pargolo preadolescente: la sua faccia non mente e l’entusiasmo iniziale comincia già a calare. Domenico lo nota, ma per non enfatizzarlo non chiede nulla e inizia a parlare con l’amico:

«Li stai guardando i mondiali?»

«Sì, sì. E tu?»

«Un po’. Ho visto la doppietta di Carletto De Ketelaere contro gli Usa. Sono troppo contento per quel pagliaccio di Trump e il suo amichetto, quel venduto di Infantino che ha tolto la squalifica alla punta statunitense.»

«A Folarin Balogun.» Risponde preciso come sempre Marco, che in vacanza e nei giorni festivi è uno degli ultimi reduci che comprano ancora La Gazzetta dello Sport tutte le mattine.

«Esatto. Quello lì che poi non ha tirato insieme niente. Hanno fatto solo una figuraccia.»

«Come la Francia.»

«Eh sì pensavo vincesse. Ma anche la Germania e il Brasile pensavo facessero meglio.»

«Boh, non sono più degli squadroni come una volta. Dai la cosa positiva è che Ederson torna prima.»

«Hai ragione. Io sono troppo contento che non è andato al Manchester United. Se resta è l’acquisto più importante di quest’anno.»

Intanto la partita è iniziata, ma i ritmi sono più lenti di un villeggiante milanese alla guida. I cori dei ragazzini sono fievoli e non costanti. Per Domenico questi non sono ultras. Nel suo immaginario gli ultras veri sono solo quelli che c’erano quando lui era sbarbato, quelli come il Bocia che stanno a torso nudo anche a dicembre e urlano sempre con voce roca. I commenti in tribuna, poi, sono solo legati al caldo, alla nuova maglia «che è proprio bella. Mi sembra quella della stagione col Del Neri» e ad alcuni giocatori che non sono conosciuti dal grande pubblico e tanto meno da Menech che segue il calcio mercato con la stessa fiducia e interesse con cui un legge i comunicati stampa dell’assessore Paolo Franco.

«Ma chi è il 70?»

«È Gianluca Gaetano, il nuovo acquisto, quello che viene dal Cagliari.»

«Ah. E come è?»

«L’anno scorso ha giocato bene. Per Sarri può essere il centrocampista giusto.»

Menech ascolta il suo amico Marco, che in fatto di pronostici e conoscenze di giocatori, per lui è un oracolo. Il figlio resta chiuso nel suo grugno poco contento e si smuove solo quando vengono esplosi un paio di petardi e quando i ragazzi della curva espongono uno striscione in sostegno del mister Maurizio Sarri. Domenico applaude: «A me piace.» Marco sogghigna: «Però la sua impronta, come dice Franchino, non gliel’ha ancora data. Non hanno ancora tirato in porta.»

Anzi verso la fine del tempo a segnare è l’Under 23 atalantino. «Non sono male. Se lo meritano di essere in vantaggio.»

«Eh ma la prima squadra ha fatto allenamento anche stamattina.» Interviene un signore brizzolato che da una mezz’oretta manifesta con il corpo il desiderio di inserirsi nei discorsi calcistici dei due amici. Ma per fortuna c’è il duplice fischio. Fine primo tempo. Si va a bere la tanto desiderata birra. Al figlio una Coca-cola, ma anche questa non basta a fargli accennare un sorriso. Menech allora affronta il discorso. Il rampollo glielo dice senza diplomazia. «Mi sto rompendo papà!» Una ferita quasi letale per la gioia paterna. Ma Domenico cerca di berci su e arrivare a fine partita, lì in piedi, vicino al gazebo delle bevande. Ad inizio secondo tempo, Menech non conosce quasi nessuno dei giocatori in campo. «Pensa come siamo conciati a far fare il capitano a Bellanova!»

«Eh, se non è in forma fisicamente è scarso. È forse peggio di Hans Hateboer.»

«Esatto: almeno lui sembrava simpatico!»

Malgrado i cambi in campo e il loro cambio posizione sugli spalti, il figlio continua a sbuffare ed emanare negatività. Domenico non ce la fa più: «Andiamo dai. Ciao Marco. Fammi sapere come va.»

E quando padre e figlio sono a casa, per la felicità della mamma e il nervosismo del padre, arriva un messaggio: «È finita 2 a 1. Ha fatto doppietta quel perlongo in mezzo al campo. Il numero 46. Ho guardato su Google e si chiama Sergej Levak.»

Menech legge, ma la comunicazione di Marco non gli fa nessun effetto. Solo un paio di riflessioni: la prima è che sostanzialmente i tre goal li hanno fatti tutti i ragazzi dell’Under e la prima squadra non ha fatto molto, per usare un eufemismo. La seconda è che mai più andrà allo stadio con il figlio: altro che romanticismo da tifo ereditario. Tanto meno in una noiosa amichevole pre-stagionale, che ha rafforzato in lui un’idea: il calcio d’estate è più inutile del comandamento numero due per El Tigre Matteo Ruggeri.

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