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Consenso senza senso

Ho bisogno di piangere, anche se non so bene come si fa. Di andare a Lisbona. Di baciarti quando serve. Di rotolarmi tra le mie disavventure che sanno di avventure. Ho bisogno di avere bisogno. Di servire, reperire, riverire, reinventare, fare, disfare, lettera, testamento. No, quello no. Mi sono confusa senza essere fusa. In questo mondo dove tutti invocano Grazie senza saper dire grazie, solo per avere consenso senza avere senso. Ho bisogno di ossa e ossigeno. Di “chilometro” zero, di centimetri vicini, di contatti inusuali per pelli sensibili. Distanze. Arrossamenti di anima, unguenti, pozioni di labbra. Millimetri. Misure. Contatti. Ho bisogno di mangiare tre volte dopo i pasti senza essere in posti dove non c’è posto. Andare e ritornare.  Di suonare i campanelli di un “risveglio” e poi scappare via. Nascondersi. Ho bisogno del male, del bene, della “sera” negli occhi. E degli occhi bagnati di sera. Ho bisogno di questo e quello, di noi che giochiamo a giocare, delle storie che sembrano favole, delle litigate alle due del mattino, del mattino, delle pesche sciroppate dentro il barattolo, un paio di “All Star” di qualche misura in meno da mettere vicino alle tue. Ho bisogno di concentrazione, di pazzia, di valigie da chiudere all’improvviso per “prendere” un giorno, un aereo, un treno, una macchina, una corriera, due piedi, un cammino, due mani, un secondo, un giorno, una vita. Ho bisogno di baciarti quando non serve. Di andare a Lisbona. Di ridere. Senza dire. Senza fare. Stando. Liberi e senza bisogno di urlare.