Armiamoci ma senza partire che è già un po’ morire. Frasi fatte. Quello spettacolo per la finale mondiale di calcio con i bambini che sventolavano (si fa per dire) il gigantesco striscione inneggiante alla pace in faccia a Trump è la retorica, perfino fastidiosa, dell’inno alla pace mentre il pianeta ribolle di bombe, devastazioni, cadaveri, macerie e i suoi protagonisti sono in tribuna. Li inquadrano, stanno ridendo. Di cosa? Altro che “lasciate che i bimbi vengano a me”, dai, già Putin sta mandando al massacro ragazzini imberbi e le bombe intelligenti non sono indulgenti con donne e bambini, à la guerre comme à la guerre direbbero i francesi.
La mia generazione dell’immediato dopoguerra, la proseguiva con altri mezzi, influenzati anche dalla prima filmologia che in gran parte era basata su storie di guerra, perfino nella conquista del west passava come “naturale” la strage degli indiani, prima dei ripensamenti dei decenni successivi. E noi ragazzi ci siamo adeguati, ci siamo inventati i nemici, quelli dell’altra contrada, quelli del paese vicino e giù botte da orbi, orbi nel senso che qualcuno ci rimise davvero un occhio, la disgrazia l’ho in memoria. In casa ognuno aveva la “memoria” (che sta per l’immaginetta del morto) di un parente morto in guerra e si guardava quella figura vestita da soldato che non era più tornato e una vicina di casa teneva ancora accesa la lucetta dell’atrio e la porta accostata, aspettando il marito dato per disperso (ma lei “lo sentiva” ancora vivo e lo aspettava).
Le bande dei ragazzi chiamate baby-gang (perché usare l’inglese fa più chic) non sono altro che il ritorno alla ricerca di un nemico immaginario, se i grandi giocano (ormai letteralmente) alla guerra vera, tanto vale divertirsi (o allenarsi?) fin da ragazzi, instaurando un rapporto di forza. Non disponendo di “droni”, si ripiega sulla forza dei numeri, del resto la guerra in Ucraina è in stile antico, se non baionetta contro baionetta, almeno fucile contro fucile e “sparagli Piero, sparagli ora e dopo un colpo sparagli ancora…”, perché se non lo fai per primo, “quello si volta ti vede ha paura e imbracciata l’artiglieria non ti ricambia la cortesia” (De André). Del resto, noi vecchi sui duelli finali del far west siamo ferrati, abbiamo visto tutti i western a disposizione. Li avevamo dimenticati per il politically correct (e dai con l’inglese, lingua barbara), ma difettiamo nella memoria breve ma in quella lunga la demenza senile ci risparmia.
In un paese delle valli (Castione, per non dare l’impressione che si inventi) si è assegnato “gratis” per due anni un immenso parco pubblico a un’associazione bresciana specializzata nel far fare ai propri aderenti “giochi di guerra”.
Ci prudono le mani, la mettiamo sul braccio di ferro, sul rapporto di forza, che è poi l’attuale unico rapporto che sembra a disposizione dei capi di governo. Il finale di “Uomo bianco va col tuo Dio” sembra una soluzione troppo buonista e quell’ ”andate in pace” è ormai un augurio a salve (anche perché i banchi della chiesa sono semideserti). Appena fuori si è già in guerra. Non fosse che col vicino. E la sollevazione per la condanna del tizio che ha ucciso i ladri è un’ulteriore riprova del nuovo clima della difesa a oltranza del nostro orto. In fondo alla guerra, dai, vorremmo solo tornare a giocarci. Ma c’è sempre qualcuno che non sta alle regole del gioco. E allora si torna à la guerre comme à la guerre. Parafrasando una canzone, brutta storia questa storia, di chi sarà la vittoria?

