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L’altro americano
Autore: Filip Singer | Ringraziamenti: Filip Singer/Pool EPA via AP Copyright: Copyright 2026 The Associated Press. All rights reserved

Le esondazioni verbigeranti quotidiane del Presidente americano hanno generato una nuova scienza socio-politica: la trumpologia comparata. È scienza molto incerta, dato il personaggio. Le linee di interpretazione sono almeno due. Un’interpretazione: Trump è una specie di “zio matto” globale. Peccato che abbia accesso a pulsanti mortali quale quelli nucleari.
Schiere di psicologi e psichiatri, compresa una sua nipote, affermano che soffre di turbe di ogni tipo e che, in particolare, sarebbe prigioniero di una sindrome narcisista, che consiste nel ritenere che il mondo intero sia soltanto un prolungamento del proprio debordante Sé. Manca poco che, sulle orme di Caligola, faccia senatore il proprio cavallo.
Secondo tale interpretazione, anche se perde consenso e, probabilmente, le elezioni di Midterm a novembre, non perciò il pazzo cesserà di impazzare. Anzi! Si sentirà autorizzato a farlo ancora per due anni. D’altronde, gli psichiatri non lo possono fermare.
Secondo la “Goldwater Rule”, una regola di etica professionale adottata nel 1973 dall’American Psychiatric Association, uno psichiatra non può esprimere un’opinione professionale sulla salute mentale di una figura pubblica “senza averla personalmente esaminata e senza il suo consenso”. Sicché, occorre aspettare che passi ‘a nuttata e poi, forse, torneremo in un mondo meno pericoloso.  Secondo altri interpreti, invece, Trump fa del gran teatro. Perché dietro le sue sparate starebbe una strategia, cioè un calcolo razionale. Razionale non significa ragionevole, ma comunque non è follia. Gli obiettivi sono già scritti dentro il brand Maga: “la grandezza dell’America”, la biblica “città sulla collina”, “il destino necessario” di un nuovo popolo eletto. Non pare neppure un obiettivo così nuovo. Dal Presidente Monroe, che nel 1823 diffidò le potenze europee dall’interferire nelle vicende del continente americano, al Presidente Trump che nel 2026 sbrindella le alleanze e collude/confligge con le altre potenze imperiali, pare che prevalga la continuità.
Così, dietro l’individuo Trump starebbe in realtà un’intera classe dirigente economico-finanziaria e politica piuttosto compatta sugli obiettivi e semmai divisa occasionalmente sui mezzi per realizzarli. Come in una band sul palco, c’è il frontman che tiene il microfono e canta a squarciagola, ma attorno a lui c’è chi suona la batteria, chi la chitarra, chi gestisce la coreografia.
Trump è il prodotto di una poli-crisi storica dello Stato, del Diritto, dell’ordine storico-politico liberale. Se l’interpretazione psichiatrica è debole, quello esclusivamente politologica non dice tutto.
Dentro la poli-crisi c’è, in primo luogo, quella etica. Sotto la superficie dell’ordine liberale scorre o scorreva il fiume carsico dell’etica, cioè del criterio del principio-persona, cioè del principio della libertà/dignità della persona umana, quale fondamento dei comportamenti pubblici e di quelli privati. Questa etica è nata dal Cristianesimo e dalle sue metamorfosi laiche: l’Umanesimo, l’Illuminismo, il Liberalismo.
L’ordine storico liberale è fatto di Regole, di Leggi, di Stato di diritto, di Eserciti, di Forza, che poggiano sullo Stato, sugli Eserciti, sulla Forza, ma il fondamento ultimo è il principio-persona. L’inaridimento di questo fiume carsico ha ridotto l’ordine liberale alle Regole, alle Leggi, allo Stato, agli Eserciti, alla Forza. Nelle mani di Trump e dei suoi simili è rimasta una volontà di potenza senza basi etico-umanistiche. È questo il tratto più evidente della de-europeizzazione della società, della cultura e dell’ideologia americane.
Per una sagace ironia della Storia, tocca di questi tempi ad un altro americano rivendicare le basi dell’ordine storico-liberale, di cui gli Usa sono stati garanzia. Di cognome fa Prevost. Quando parla di “Magnifica Humanitas”, tutti, Vance compreso, corrono al bacio della sacra pantofola, ma dentro di sé si chiedono, come a suo tempo Stalin: “Quante sono le legioni del Papa?”. Come se il discorso morale non c’entrasse nulla con la storia reale, fatta di potenze in competizione e di cozzo degli eserciti. Quelli di Papa Leone XIV sono considerati discorsi edificanti, ma del tutto irrealistici. Ostinatamente ce li propone ogni giorno come sostanza e motore della storia, se la specie umana vuole continuare a durare nel tempo. Una tale forza non nasce dallo Stato e dal Diritto: li precede. E non si innesca per legge e per circolari, ma per processi educativi e testimonianze che ogni generazione passa all’altra. Se non le passa, non saranno i droni a salvarci.