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Benedetta gente

Chiese vuote, Gli uomini sembrano non aver più bisogno di Dio, una sorta di “fai da te” in vita e “in morte si vedrà, caso mai si scopra nel frattempo l’elisir di eterna vita”. E poi i ragazzi che usciti dalla chiesa con lo schiaffetto della Cresima, non ci entrano più, annoiati dai riti. E allora è curioso come moltissimi fedeli della Chiesa, tra cui tantissimi giovani, contestino la Chiesa perché utilizzerebbe riti e linguaggi ormai datati e invece i lefebvriani sostengano che per salvare la Chiesa si debba tornare ai riti del Concilio di Trento, con annessi guanti, pantofole, paramenti, manipoli, amitti, continenze, cingoli, casule, piviali ecc. Si vorrebbe tornare al “rito romano” tridentino (Concilio di Trento – 1545-1563). Ma prima del Concilio di Trento c’erano molti “riti” diversi e ancora oggi la Chiesa orientale ha un rito diverso, così come è diverso il rito ambrosiano.
Il Concilio Vaticano II ha “riportato” la forma liturgica (Liturgia significa rappresentazione) all’antico rito “conviviale”. La Messa rievoca l’ultima cena dove erano tutti seduti a tavola e parlavano tra di loro nella stessa lingua. Ecco, quindi, l’altare che torna a guardare i fedeli, che si adotta la lingua del territorio perché i fedeli partecipino alla preghiera.
Prima il sacerdote voltava le spalle al popolo, recitava formule latine incomprensibili ai fedeli al punto che i vecchi parroci si imbestialivano perché le donne durante la Messa recitavano il rosario perché tanto il prete “faceva tutto lui”.
Era una concezione verticistica, a Dio si arrivava solo attraverso i suoi rappresentanti. Una riforma conciliare quindi che tornava alle origini, ai primi riti cristiani che facevano memoria della “cena” dove era stata istituita l’eucarestia. Quindi non è vero che i lefebvriani vogliano tornare alle “origini” ma solo a una concezione verticistica della conduzione della Chiesa: tra l’altro contestano le (timide) forme di collegialità varate dal Concilio cadendo nella contraddizione di contestare proprio il vertice, il Papa (se la gerarchia deve guidare non puoi al tempo stesso contestarne l’autorità). Ci fosse Aristotele tirerebbe fuori il principio di non contraddizione. Un po’ come quelli che rimpiangono la dittatura ma nei movimenti di estrema destra contestano che le decisioni non siano prese consultando tutti gli aderenti.
Ma quando poi si dice che le chiese sono vuote perché è cambiata la liturgia, allora la confusione è evidente: le chiese sono vuote perché nella Chiesa c’è carenza di preparazione comunicativa, adagiati molti preti su formule di comodità, ripetitive, poco convincenti anche nei toni e nei modi. Sarebbe come rappresentare sempre (è un esempio) “Il piacere dell’onestà” di Pirandello nella stessa forma e gli stessi costumi di un secolo fa. Dopo un po’ il teatro sarebbe vuoto. La Chiesa ha il messaggio più efficace per questo mondo: risorgeremo! Certo, come Pereira (“Sostiene Pereira”) c’è chi fatica a credere anche nella resurrezione della carne, ma comunque si sforza di credere o ci spera. Ma se quel messaggio, che viene incontro alla nostra speranza di eternità, lo si rende banale, sembra quasi che solleciti la risposta di Massimo Troisi al monaco che in “Non ci resta che piangere” gli ripete “Ricordati che devi morire!”. E lui: “Sì, mo’ me lo segno proprio, non ti preoccupare”.
E allora c’è da preoccuparsi o no per questo scisma? Penso che la Chiesa debba guardare avanti, gli orpelli e chi cammina con la testa volta all’indietro, prima o poi va a sbattere. Contro il nulla.
Scisma significa separazione. Che sarà mai? Ci si separa tra marito e moglie ogni santo (?) giorno, ci si separa dal partito per cui sei stato eletto saltando acrobaticamente su carri ritenuti più vincenti, si cambia idea, lavoro, paese, si litiga con i vicini, coi parenti, con gli amici. Ma cambiare “fede” non è come cambiare idea, se non fosse irriverente l’accostamento, sarebbe come passare dal tifo per l’Inter e quello per la Juve.
La storia della Chiesa cristiana è un florilegio di scismi, quelli più famosi e devastanti in termini numerici sono quelli del 1054 della “Chiesa ortodossa” che non riconosce il primato del Papa e quello “protestante” del 1517 con l’appendice di quello “anglicano” (1534) voluto da Enrico VIII per motivi personali (voleva divorziare e pretendeva l’approvazione del Papa).
Vien voglia, a fronte del piccolo scisma di nostalgici dei seguaci di Lefevre, di rifarsi a Manzoni: “va’ va’ povero untorello, non sarai tu quello che spianti la Chiesa”.