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Lovere, Alberto Filosi alias Filoart: ingegnere, modellatore 3D e artista ecclettico trasferitosi a Torino. Il nonno Peppino Vender aprì la storia pasticceria a 17 anni

Ogni mostra è una scoperta. Artistica ma soprattutto umana. Si raccolgono storie straordinarie. Così mi è capitato di incontrare Alberto Filosi alla rassegna d’arte a Sovere a palazzo Silvestri. Mi sono fermata per ammirare tre opere in particolare che mi hanno catturato per potenza emotiva. (Fanno parte della sua ultima serie, “Légàmi”, e le vedete nelle foto in questo articolo). Che poi ogni opera parla all’anima di chi guarda, che sempre ci legge aspetti della sua di vita, non di quella dell’artista. Però, visto che l’artista era presente, non ho potuto fare a meno di fargli i complimenti e saperne di più. “La mia firma è FILOART sin dalle medie perché ho sempre amato disegnare”. Dono di nascita o frutto di stimoli e perseverante disciplina?: “Entrambi, non posso non ricordare la professoressa delle medie Daniela Spampinato, che mi spronava, mi spingeva a continuare e poi alle superiori, Natalia Berselli, un’artista di una sensibilità unica, che mi ha seguito molto. E’ sicuramente importante trovare sulla propria strada insegnanti che ti valorizzino, io le ringrazio ancora anche se purtroppo non ci sono più…”. Mi dicevi che sei dell’84 e sei nato a Lovere da una delle famiglie “storiche” e più conosciute del Borgo: “Sì sono nato e cresciuto a Lovere, mia mamma è una Vender, mio nonno Peppino fondò la Pasticceria Wender – sulla W ci sono diverse interpretazioni, quella che ricordo io è che fosse una sua trovata pubblicitaria per renderla più altisonante e distinguerla dal cognome – a 17 anni nel 1929, quindi fra poco saranno 100 perché ancora oggi il negozio ed il laboratorio sono portati avanti dai cugini e cugine”. Hai qualche ricordo da piccolo della pasticceria? “No, assolutamente, anzi posso dire che abbiamo avuto la fortuna che il nonno fosse molto lungimirante e fece studiare tutta la prole, proprio perché non voleva facesse i suoi stessi sacrifici. Un primo figlio e poi cinque figlie, accuditi da nonna Maddalena con piglio matriarcale e coraggio femminista.  Mi raccontavano che il nonno ha praticamente vissuto in quelle mura, anche se la casa era al piano sopra il laboratorio.  Un’intera esistenza a preparare dolci, affiancato in seguito dal fratello Luigi… giornate piene e pure le nottate nei periodi di festa. A Natale e Pasqua dormiva sul bancone del laboratorio, stremato, senza nemmeno fare le scale per rincasare. Mi commuove pensare che, quando ha ceduto al fratello l’attività ed è andato in pensione per godersi finalmente anche la casa in collina sopra Lovere, dopo pochi mesi è morto d’infarto proprio lì …ma i suoi sacrifici hanno permesso alla numerosa famiglia di studiare sino all’università e anche oltre, con percorsi di carriera importanti, tra cui due primari di cui uno Rettore di Università e professioniste stimate… io purtroppo non l’ho conosciuto se non nei racconti perché è mancato quattro anni prima che nascessi”.
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