“La questione migranti” sta entrando rumorosamente nel cesto propagandistico cui attingeranno tutti i partiti nella prossima campagna elettorale, già iniziata da mesi. I fatti di Belfast, quelli quasi quotidiani di nostri giovani immigrati, protagonisti di fatti di violenza e di sangue, l’ingresso a scarponi chiodati del generale Vannacci nella politica italiana e, da ultimo, l’esito del referendum svizzero sul tetto alla popolazione svizzera e perciò all’ingresso dei migranti, tutto ciò pone la questione migranti al centro del dibattito politico e delle scelte elettorali.
Si tratta dell’ ”elefante nella stanza”, come lo definisce il Centro Neodemos dell’Università di Padova. Gli Svizzeri hanno votato NO alla proposta di limitare a 10 milioni la popolazione svizzera – ma nel Canton Ticino ha vinto il SÌ di poco – perché si sono resi conto di due fatti. Il primo: se davvero avvenisse la limitazione e, a maggior ragione, la cosiddetta “remigrazione”, di colpo si svuoterebbero le RSA, si prosciugherebbe il flusso necessario di badanti, settori produttivi strategici e i bassi, ma essenziali servizi quotidiani, si paralizzerebbero. Le città e i paesi svizzeri, così ordinati e così lindi, si riempirebbero di sacchi abbandonati di spazzatura.
Per quanto riguarda noi, dalle stalle della Padania alle campagne meridionali, dagli Ospedali agli autotrasporti, all’edilizia, “la remigrazione” equivarrebbe ad uno sciopero generale a tempo indeterminato.
Il fatto, dunque, è semplice: gli immigrati, che in Italia sono più di cinque milioni, sono necessari alla tenuta della produzione e dei servizi del Paese. Il problema nasce dal fatto che questa forza-lavoro non è fatta di robot, cui si può togliere la corrente fino al mattino dopo. Non spariscono da città e paesi. E sono portatori di mentalità, culture, abitudini non solo diverse, che a volte sono disponibili all’integrazione e all’accettazione della nostra “civiltà” e a volte restano estranee o ostili. Molti giovani di seconda generazione finiscono nelle file dei “maranza”. A ciò va aggiunto il fenomeno dei circa trecentomila clandestini, che, registrati nei CPR – i Centri Per il Rimpatrio – hanno ricevuto un foglio di via, in forza del quale, ben lungi dall’andare “via”, sono sprofondati nella clandestinità e, assai spesso, finiti nelle mani della violenza piccola e grande della criminalità organizzata.
Su oltre 62.500 carcerati, quasi 20 mila sono stranieri, oltre il 31%. Il tasso di detenzione dei cittadini stranieri è 4,5 volte quello degli Italiani. I governi annunciano strette alla frontiera, ma la realtà non si presta più di tanto alle fantasie e alle velleità. Ci sarebbe la rete SAI – Sistema di Accoglienza e Integrazione – particolarmente sviluppato in Lombardia, con il coinvolgimento di oltre 300 Comuni in oltre 60 progetti di integrazione. Ma i Sindacati sono ostili all’integrazione di questi immigrati nei posti di lavoro degli Enti locali, perché farebbero concorrenza ai “nostri”.
Così nei comizi di piazza si predica l’inclusione, ma poi si pratica l’esclusione dal mercato del lavoro, che è la leva più potente di integrazione, generando una sacca senza fondo di lavoro nero e di nuove schiavitù.
Così nei paesi piccoli e grandi e nelle città si formano rumorosi gruppi o enclaves di giovani immigrati, che stanziano tutto il giorno presso stazioni, parchi, luoghi pubblici, rendendoli infrequentabili, soprattutto per le donne.
Come è evidente, si tratta di problemi complessi, che si sono gonfiati, principalmente per l’inefficacia delle politiche dell’integrazione e per l’inefficienza amministrativa dello Stato e delle Questure, fuori delle quali si formano lunghe e disumane code anche solo per la riconferma del permesso di soggiorno.
Quanto alla Scuola, accade che un ragazzo di dieci anni, appena arrivato, debba essere immesso forzatamente in quinta elementare – perché questo richiede il Regolamento – pur essendo incapace di comprendere e di leggere l’Italiano. Il risultato è che per l’anno 2025/26 il tasso di dispersione scolastica è del 6,7% per gli studenti italiani, ma sale al 26,2% per i giovani con cittadinanza straniera.
La politica, per un verso aggrava questi problemi per cecità e inefficienza amministrativa, ma, per altro verso, una parte di essa ci specula sopra, alla ricerca dl voto facile, raccolto con spacconate tribunizie e slogan demagogici.
Ed è esattamente questo il populismo di ogni tempo: creare problemi per attingere consenso dallo scontento e promettere soluzioni miracolosamente semplici per i problemi creati.


