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«Io vittima di mobbing: mi sono licenziata non dormivo di notte, prendevo farmaci non uscivo di casa. Ne sono uscita parlandone»

Questa lettera-confessione-racconto mi è stata inviata da una donna che conosco bene. È una persona pacata, matura, professionalmente molto stimata.  Ovviamente il nome-firma è di fantasia. Ecco il messaggio che accompagnava la lettera “Si parla tanto di bullismo, giustamente, ma anche il mobbing può fare molto male. L’ho subito anch’io parecchi anni fa ma solo ora ho trovato la forza di scrivere queste righe. Valuta tu se è il caso di pubblicare questo scritto”. Credo valga la pena. Soprattutto capita alle donne di essere prese di mira da maschi che, nell’incapacità di essere autorevoli, ripiegano sull’autoritarismo, che misto all’invidia, alla gelosia, a un senso di inferiorità che non sopportano, da maschi, crea una miscela esplosiva che rovina le persone. Non tutte hanno la forza di uscirne e già il fatto di dover lasciare il lavoro per vivere serenamente, è una sconfitta, un prezzo troppo alto da pagare. E peggio quando a doverlo pagare è una donna.

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È così doloroso anche il solo ricordare quel periodo. Cerchi di scordarlo ma ogni tanto la ferita si riapre. È impossibile dimenticare quella sofferenza che ti ha quasi distrutto. Avevo quasi trent’anni, lavoravo in quell’azienda da tempo. Era il mio primo impiego. L’ambiente era sano, il mio lavoro mi piaceva moltissimo, mi appagava. Tra colleghi c’erano cordialità e collaborazione. Poi per me iniziò qualcosa pian piano, in modo subdolo, quasi impercettibile un qualcosa che diventava sempre più pesante da sopportare. Una persona che lavorava nel mio stesso reparto e che fino ad allora mi si era mostrata amica, per folle gelosia lavorativa iniziò il suo piano malvagio, perfido e crudele.
Non era nulla di fisico, erano mezze parole cattive, sussurrate, porte sbattute in faccia senza motivo, occhiatacce, il saluto negato da un giorno all’altro. All’inizio non capivo cosa stesse succedendo. Non ne comprendevo il motivo. Un giorno presi coraggio e affrontai questa persona dicendole chiaramente di smetterla. Ma dopo fu peggio, molto peggio. Continuò la sua persecuzione, in modo ancora più pesante. Aveva coinvolto nel suo piano anche altre persone che non lavoravano nel mio reparto. Praticamente quasi non mi conoscevano, evidentemente fare del male per qualcuno è un divertimento. La cattiveria non viaggia quasi mai da sola. Dopo qualche mese, iniziai ad avere attacchi di panico. Non riuscivo più a camminare da sola, dovevo dare il braccio a qualcuno oppure, per non cadere, ero costretta ad appoggiarmi ad un muro, ad una ringhiera, al carrello del supermercato. Tutto mi girava intorno, le vertigini mi spaventavano moltissimo, ero caduta in una voragine profonda. Capitava a volte che svenissi e che, al risveglio, spaventatissima, i miei denti battessero gli uni sugli altri per parecchi minuti.
Il medico di famiglia mi diede farmaci antidepressivi e tranquillanti. Ma non miglioravo. Dimagrivo a vista d’occhio. Mi recai da uno specialista, dalla visita non risultò nulla di particolare, mi prescrisse però farmaci più potenti. Mi consigliò anche un elettroencefalogramma che, fortunatamente, risultò normale. Ormai non uscivo più di casa. La mia bambina aveva quattro anni, la stringevo, le baciavo i capelli, cercavo di trovare in lei un po’ di forza. Non mi vide mai né piangere né stare male. Per fortuna non si accorse di nulla. Per lei ero la sua mamma, punto e basta. In quel periodo terribile la mia famiglia mi fu molto vicina. Mi regalarono uno dei primi televisori a colori sperando che questo mi sollevasse un po’. Ma ancora non riuscivo ad uscire dalla voragine. Il medico di famiglia mi disse: “Tu soffri d’ambiente” e mi consigliò di dimettermi.
Avrei potuto chiedere certificati di assenza per malattia ma non avevo più nemmeno la forza per tutelarmi. Rassegnai perciò le dimissioni, mi venne trattenuto il mancato preavviso. Stranamente il datore di lavoro non mi chiamò per un colloquio chiarificatore.
Seppi poi che disse: “Se un lavoratore rassegna le dimissioni vuol dire che qui non si trova bene perciò è meglio che se ne vada”. Alcuni mesi dopo venni assunta da un’altra azienda che mi conosceva bene, serviva loro una persona con la mia esperienza. Ripresi a lavorare, con enorme fatica, non ero più la donna di prima. Mi mancava la sicurezza, mi tremavano le gambe, avevo il terrore di non farcela.
Pian piano mi ripresi, ma ero sempre sotto farmaci. Poi mi capitò la seconda gravidanza, del tutto inaspettata. Andai dal medico piangendo, gli dissi: “Come posso portare avanti una gravidanza con tutti i farmaci che prendo?”. Lui non si scompose e disse: “Vai a casa, butta via tutte le medicine, questa nuova vita sarà la tua salvezza”. All’inizio non fu facile interrompere improvvisamente i farmaci, mi capitava ancora di tremare, di aver paura di svenire, di ricadere nella voragine.
Aiutata da chi mi voleva bene e che mi stava sempre accanto riuscii pian piano a placare le mie ansie e a proseguire la gravidanza. E nacque un bimbo meraviglioso. E io rinacqui con lui. Mi capitava a volte di incontrare quella persona che mi aveva distrutto, ogni volta che la vedevo il cuore mi rimbalzava in gola, mi faceva ancora star male il solo vederla. Dopo alcuni anni, anche questo passò, quando la incontravo non stavo più male. Mi era diventata del tutto indifferente. Non l’ho mai odiata, non sono capace di odiare, semplicemente, col tempo, l’ho cancellata dalla mia vita. So che negli ambienti di lavoro ci sono tuttora episodi di mobbing. A coloro che lo subiscono mi sento di consigliare di confidarsi subito con i familiari o con una persona amica e di parlarne col medico. Tenersi tutto dentro è sbagliato e non risolve nulla. Ci vuole tempo e coraggio ma, poi, si torna a rivedere il cielo.
Maria