Castione, Diallo, Adara e Amidou, dal viaggio in mezzo al mare al diploma: “Non ho mai studiato, dovevo seguire mia mamma che era malata. Non ho avuto paura, o ti salvi o muori”
La storia che sto per raccontarvi è nata quasi per caso, da un post che ho letto su Facebook. Recitava così: “Questo ragazzone che qualche anno fa era alla deriva in mezzo al mare oggi termina il suo percorso di studi prendendo un diploma professionale. Durante gli studi non ha mai smesso di lavorare per mantenersi e non dover pesare sugli altri. Sempre educato, attento e pronto ad imparare, già maturo per la sua età ma d’altronde la vita non gli ha regalato niente. Diallo sei un esempio di integrazione perfettamente riuscita”.
Mi metto in cerca di Diallo, scopro che vive al Cas Villa Jesus di Castione della Presolana, dove è arrivato a luglio del 2023. Scopro anche che ci sono altri due ragazzi, Adara e Amidou, che come lui si sono diplomati. Pochi giorni dopo sono proprio a Villa Jesus, dove Diallo mi sta già aspettando in giardino. Poco dopo si uniscono a noi Franca e Maria, due volontarie storiche, ma anche Sadia, responsabile della struttura, che arriva con Adara, che non vive più qui, ma a Ponte Nossa. Ci accomodiamo all’interno della struttura, attorno ad un tavolo in una grande stanza che ha ascoltato tante storie in questi anni.
Adara, che indossa la maglia di Ronaldo e un sorriso timido, inizialmente preferisce ascoltare, così prende la parola Diallo, che ha quasi 24 anni, arriva dalla Guinea e in Italia è arrivato il 1° aprile 2023.
“Nel mio paese c’era la guerra e ho deciso di partire. E’ stato un viaggio lungo, sono passato dal Mali, Algeria, Tunisia e poi sono arrivato qui. Sono partito dal mio villaggio e sono arrivato alla capitale dove ho passato tre settimane, poi me ne sono andato in Mali, ma non conoscevo nessuno anche se poi ho trovato delle persone che mi hanno aiutato ad arrivare in Algeria… uno di loro l’hanno fatto tornare indietro. Qui siamo rimasti in due per due mesi, l’altro ragazzo faceva il muratore e io lo aiutavo… non avevo scelta. Poi lui ha deciso di andare via, ma io non avevo soldi. Quando poi siamo andati in Tunisia ci siamo separati perché lui aveva trovato il lavoro, mentre per me non è stato facile, per una settimana ho dormito fuori perché non conoscevo nessuno”.
Il tuo obiettivo era arrivare in Italia? “Quando ero in Tunisia sì, ma prima no, non sapevo dove sarei finito. Ho iniziato a cercare il lavoro e anche degli amici, ma poi verso marzo due ragazzi ivoriani hanno ucciso un giovane tunisino e quindi hanno iniziato a dare la caccia a chi aveva la pelle nera come me… non potevo più uscire e dove lavoravo mi hanno detto di andare via perché non mi potevano tenere; sono tornato in centro alla capitale, ma non potevo stare nemmeno lì perché la polizia ci cercava ed era pericoloso. Ci siamo nascosti qualche giorno e poi ci siamo spostati in un altro villaggio, ho trovato un lavoro e non ho avuto scelta, se non avessi accettato, non avrei avuto nemmeno un posto dove nascondermi. Una settimana dopo stavano facendo controlli in generale e verso le 5 del mattino il padrone è venuto a svegliarmi, mi ha detto: ‘Alzati che andiamo’, mi sono chiesto dove andassimo a quell’ora e mi ha portato vicino al mare. C’erano una ventina di persone pronte a partire e siamo saliti su una barca… non sapevo se avesse pagato, come ha fatto a farmi partire, non avevo alternative e ho accettato. Abbiamo viaggiato per quattro o cinque ore, poi il motore si è fermato… non è stato facile, le donne avevano paura”.
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