«La prima fonte di notizie è l’online col 69% delle preferenze, seguita dalla tv (62%), dai social media che risalgono al 45% dopo una flessione dello scorso anno (era il 27% nel 2013), infine la stampa all’11% contro il 59% del 2013». È uno studio globale (48 nazioni) ma i dati sono nostri, italiani. Il crollo dei quotidiani a livello cartaceo non è una notizia confortante, ma tant’è, non possiamo farci niente. In Inghilterra varano una legge che impedirebbe l’uso degli smartphone ai ragazzi sotto i 15 anni. Per farla rispettare si affidano a chi i social li (e ci) controlla. Già adesso anche un bambino può usarli, basta fornire dati anagrafici di comodo. Non è con una legge che si ferma uno tsunami.
Ai miei tempi (passato remoto) ci avevano proibito a scuola l’uso della biro, bisognava usare l’inchiostro, cannucce e pennini o per chi aveva soldi la stilografica (la pelikanina costava mille lire). Poi gli insegnanti si rassegnarono, il prof di latino un giorno arrivò a sdoganare la biro con una blu e una rossa che aveva infilato nel taschino della giacca, in evidenza. Forse aveva un animo ribelle. Ma la biro aveva (e ha) l’inconveniente che non si poteva cancellare con la gomma, chi scriveva in bella copia sapeva che era la versione definitiva, non si tolleravano errori.
Poi la macchina da scrivere, che per fortuna in seguito ha trasmesso la posizione dei tasti ai computer. Che a loro volta, da scatoloni con programmi lentissimi, si sono evoluti, adesso sono macchine infernali con memorie da elefanti (supposto che davvero gli elefanti abbiano memorie così longeve).
È la civiltà tecnologica che impietosa cambia la civiltà industriale che a sua volta sconvolse e seppellì la civiltà contadina. Chi ha la mia età le ha passate tutte, più o meno indenne.
Per quel che vale ho sempre accolto i cambiamenti che facilitavano la vita senza nostalgie: in casa avevamo la “moscarȍla” e fu benvenuto il frigorifero, così come la lavatrice, i fornelli a gas, il riscaldamento, l’auto, la tv ecc.
Sono mezzi. Come nel fare questo giornale. Nel 1970 varai il mio primo giornale (si chiamava Rete4, nessuna parentela con l’attuale, al tempo c’erano solo Rai1 e Rai2) e veniva composto con le lettere in piombo, adesso si compone con programmi avanzati. Ancora sul finire del secolo scorso, dirigendo il “Nuovo giornale di Bergamo” le fotografie bisognava cercarle in archivio, si scannerizzavano e si mettevano in pagina. Oggi le foto le hai in tempo reale, te le mandano su WhatsApp o via mail, tutto velocizzato e facilitato.
La tecnologia aiuta, il problema è come la usi. Anche il nucleare è neutro, poi se crei la bomba è altra cosa. Anche un coltello, per stare in cronaca, serve a tavola, se lo usi per ammazzare la gente è altra faccenda, ma il coltello in se stesso non ha colpe. È la stessa cosa di quando succede una disgrazia in montagna e il titolo è “montagna assassina”. Ma quando mai, la montagna sta lì da sempre, è chi ci va che deve stare attento a dove mette i piedi.
Il problema vero è che la tecnologia ci aiuta nel piccolo ma è controllata nel grande. Più che fare una legge (ci si pensa anche in Italia, ho letto) per proibirne l’uso ai minori, servirebbe proibirne l’uso improprio a chi dall’alto la tecnologia la controlla, e controlla ogni nostro passo, ogni nostra scelta, gusto, passione, perfino sogno e li condiziona, mettendoci in testa bisogni indotti, che non avevamo ma ci convincono di avere e di dover assolutamente soddisfare. Per stare al passo. In marcia. Verso che cosa. Con chi?

