La settimana scorsa, durante la pausa, sono andata a mangiare in un ristorante poco distante dal mio ufficio. Era un mercoledì di pioggia e, finito il pranzo, mi sono accorta che mi avevano rubato l’ombrello. Per mia fortuna indossavo una giacca con cappuccio e così sono riuscita a rientrare al lavoro coprendomi in qualche modo. Nei giorni successivi, raccontando l’accaduto, parecchi amici, parenti e conoscenti mi hanno confessato di aver rubato, almeno una volta nella vita, un ombrello! Tantissimi sentendosi autorizzati a farlo perché gli era stato sottratto il loro durante una sosta in biblioteca, in un negozio o in un bar. Altri per distrazione o necessità. Al giorno d’oggi l’ombrello è considerato inconsciamente un oggetto condiviso. Forse per i cambiamenti climatici che portano piogge improvvise o forse per l’esiguo costo dell’oggetto stesso, chi si trova fuori da un locale e deve sfidare le intemperie non si farà molti scrupoli a prendere un ombrello lasciato abbandonato. Ma allora mi chiedo: tutti questi furti, dipenderanno anche un po’ da noi? Possediamo tutti un cellulare, zaini e borsette, biciclette. Ma ci sogneremmo mai di lasciarli incustoditi e lontani dalla nostra vista? E allora perché amiamo così poco i nostri ombrelli che ci proteggono dai temporali improvvisi, salvando pieghe dei capelli, abiti alla moda e le nostre anime già sufficientemente annaffiate dai casi della vita? Un’ambiziosa start-up cinese – Sharing E Umbrella – circa dieci anni fa aveva tentato un servizio di sharing di ombrelli in ben 11 città cinesi con oltre 300.000 pezzi che si potevano prendere e riporre in vari punti urbani ma è fallita dopo soli tre mesi. Perché? gli utenti trovavano più conveniente tenersi l’ombrello che restituire la cauzione di basso valore già versata. Il caso limite poi è senza dubbio quello del Giappone che pur avendo un tasso di criminalità molto basso, ha come bizzarra eccezione il fenomeno dei furti degli ombrelli che dilaga ovunque. A Tokyo, per esempio, prendere un ombrello altrui da pochi yen nei giorni di pioggia, è considerata una distrazione tollerata e quasi inevitabile.
L’unica via di fuga da questo prendi e lascia, mi sembra, a questo punto, la rassegnazione. Forse dovremmo elevare i nostri ombrelli considerandoli come l’unico oggetto al mondo che ci si scambia ancora senza troppi pensieri, come aiuto reciproco e gratuito nei giorni difficili. Se visto sotto questo punto di vista, potrei fare anche io pace con tutti gli ombrelli colorati che mi sono stati sottratti durante il corso della vita e con tutti quelli che probabilmente perderò anche in futuro. Unica cosa: se mi dovesse sorprendere nuovamente un acquazzone improvviso all’uscita del ristorante, prometto che scruterò il cielo per capire se riesco ad arrivare fino all’ufficio con il solo aiuto di un cappuccio o di un giornale. Proverò anche ad aspettare un po’ per vedere se smette, magari. Ma poi non posso assicurare che resterò a guardare se mi ritroverò osservata da tutti i vostri ombrelli abbandonati.


