I poeti possono (o devono) impicciarsi di faccende politiche? Francesco De Gregori si tira fuori, la cantante Elisa scende in campo, Vasco Rossi dice che le sue canzoni parlano per lui e assolve De Gregori sostenendo che “è un poeta, non un politico”. De Gregori ha soltanto avanzato una sorta di “lode del dubbio” alla Brecht «Sia lode al dubbio! Oh bello lo scuoter del capo / su verità incontestabili! / Oh il coraggioso medico che cura / l’ammalato senza speranza!».
Del resto, uno che ha cantato “la storia siamo noi” e “generale” non si tira fuori, ha già dato. «La storia siamo noi, / nessuno si senta offeso, / siamo noi questo prato di aghi sotto il cielo. / La storia siamo noi, attenzione, nessuno si senta escluso». Nessuno, nemmeno un artista, nemmeno un poeta. Del resto, Dante Alighieri il “sommo poeta”, era in politica eccome, fu esiliato e conobbe “come sa di sale lo pane altrui / e come è duro calle lo scender e il salir per l’altrui scale”.
Ma è la definizione di “politico” che andrebbe scandagliata. Chi è un politico? In democrazia (il demos, il popolo, al potere) siamo tutti politici, il falegname, l’idraulico, l’operaio, il professionista, l’insegnante, l’agricoltore, l’imprenditore ecc. Come del resto siamo tutti Commissari tecnici della nazionale di calcio, o allenatori fuori campo della “nostra” squadra del cuore. Basta fare un giro al bar (nelle antiche osterie c’era il cartello:” Vietato parlare di politica”) e vi capita di sentire cosa si dovrebbe fare per fermare le guerre (uno dice semplicemente radendo al suolo intere città, come a Hiroshima e Nagasaki, il pacifista poco ci manca venga insultato, poi gli offrono da bere come farebbero l’elemosina a un barbone). E le soluzioni le trovate (al bar) per ogni problema, spaziando nel mondo globale, perché al paese mica siamo rimasti all’età della pietra, ci sentiamo tutti migliori dei politici di professione. E qui saremmo, secondo logica di quanto detto sopra, all’insulto del principio di non contraddizione, è come affermare che ci siano professionisti del pensiero. O sì? I filosofi per esempio. Fare del proprio pensiero una professione è una trovata geniale, tutti siamo dotati della materia prima, il cervello, chi riesce a trarre profitto dal puro pensare, senza applicazione materiale, e camparci, è davvero un genio. Socrate mica per niente fu condannato a morte dal popolo ateniese, era un “tafano” che infastidiva chi stava lavorando, mettendogli in corpo la pulce del dubbio su quello che stava facendo. E riecco la “lode del dubbio”. Che è fastidioso, perché ti mette in crisi, più facile schierarsi semplicemente da una parte o dall’altra, si è in compagnia, ci conforta un senso di appartenenza. Ma forse, rispetto alla professione di filosofo, la vera geniale furbata è fare di un impegno sociale (come quello di sindaco e su per gli scalini della piramide politica) a tempo determinato, una “professione” a vita.
Non scambiate le parole del poeta De Gregori per una furbata. Non ha bisogno di prebende politiche. Ma questo è un mondo in cui è difficile dividere i buoni dai cattivi, il bene dal male. Già vivere, spesso sopravvivere, è difficile. Diffidate da chi pretende di possedere la verità. «Tu, tu che sei una guida, non dimenticare / che tale sei, perché hai dubitato / delle guide! E dunque a chi è guidato / permetti il dubbio!»

