REFERENDUM 2 GIUGNO 1946 – Castro, Lovere, Pianico e Sovere “cacciarono” il Re di Maggio
Ovviamente i ricordi li hanno quelli che adesso sono sulla novantina (di anni). E sono labili, perché erano comunque ragazzini. In memoria ci sono i muri tappezzati di grandi manifesti colorati. Noi ragazzi (ma due anni dopo, nel 1948) li guardavamo con curiosità, ma cosa sono, c’era quel grande scudo sorretto da una donna e già questo contrastava con i nostri giochi di guerra con spade di legno, tutti al maschile. C’era quello che definimmo il manifesto del “liquigas” perché la fiamma tricolore veniva su come da un fornello e nelle case (in poche case) era arrivato appunto il fornello del gas con la bombola sotto e già sembrava una rivoluzione. Poi Garibaldi che c’era la canzoncina su “Garibaldi fu ferito, fu ferito a una gamba, Garibaldi che comanda…”. Non si capiva il fermento in paese, il parroco che in predica diceva di votare il partito cristiano ecc.
Ma torniamo a quel referendum del 2 giugno 1946, monarchia o repubblica, voto secco, o di qua o di là. Votavano per la prima volta le donne, ed era già una rivoluzione.
La provincia di Bergamo votò complessivamente per tenere il “Re di maggio” che ancora si chiamava così Umberto II di Savoia. Poco più della metà dei bergamaschi, il 50,75% votò per mantenere la monarchia (167.443 per il Re, 162.535 per la Repubblica). Unici in tutta la Lombardia (il sud Italia votò in massa per il Re). E nelle valli bergamasche la “fedeltà” al Re fu massiccia: viene citato il caso di Ardesio dove per il re votò il 90,8% degli aventi diritto.
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