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Quelli tra calcio e realtà/10 – Menech, la sveglia presto del lunedì e l’umore scuro come dopo la semifinale di Coppa Italia persa contro la Lazio

Se c’è qualcosa che Domenico odia più di tutto è la sveglia. Soprattutto se la suddetta sveglia è quella del lunedì e ancor peggio, se è presto, se è prima che il sole abbia lanciato i suoi raggi pionieri oltre lo scuro profilo delle montagne. E questa mattina ci sono tutte le aggravanti che rendono quel momento così delicato e duro per Menech. Così, mentre si gingilla sotto le coperte e si fa cullare dal dolce tepore del lettone matrimoniale, continua a maledire in silenzio chi ha inventato il lavoro. Però lo sa, che Sedriano è lontano, che la strada al mattino è una giungla feroce e lo è ancor di più il primo giorno della settimana. Allora via. In piedi. Caffè e latte, come gli ha insegnato la sua mamma, al volo e poi a bordo del suo Doblò azzurro. Radio Millenote gli propone la solita scaletta ottimista che va da Jovanotti a Edoardo Vianello, passando per Annalisa e i Lunapop, ma nella sua testa continua a tornare Lunedì di Vasco Rossi.
Bei tempi quando il primo giorno della settimana era difficile perché bisognava ridare al corpo, a tutti gli organi e a tutti i tessuti la quantità d’acqua necessaria al loro funzionamento, mentre nel cervello la spia rossa del sonno restava pericolosamente accesa e lo sforzo principale era quello di tenere almeno socchiuse le ciglia pesanti come un qualsiasi programma serale su Rete 4.
Invece, la difficoltà adesso è arrivare puntuale in cantiere alle 7 e mezza, perché c’è il progettista, che deve spiegargli come lavorare. Proprio lui, un ragazzino con gli occhiali spessi e la barba a buchi, che ha poco più della metà dei suoi anni, che non ha mai preso in mano un martello, ma che pensa di sapere tutto perché si è appena laureato in ingegneria al Politecnico. Già questo gli fa innalzare il livello di cortisolo nel sangue. Ma c’è di più. Prima di arrivare alla periferia ovest di Milano, quella città che tanto detesta, Menech deve sopravvivere al rally sulla provinciale della valle. Situazione difficile da gestire per uno come lui che la quinta marcia di solito la usa solo in autostrada, dove solo sporadicamente si concede il lusso di abbandonare la prima corsia, e quando fa questo azzardo, lo fa con molta discrezione e solo per il tempo necessario a superare il camion che gli stava davanti e gli limitava la visuale.
E a proposito di autostrada: poi c’è il grande caos della barriera di Milano. Qui l’obiettivo è non ricevere troppi insulti e non restare schiacciato tra bilici, pullman, bilici con rimorchio e camioncini di muratori che come lui vogliono attraversare la capitale italiana dell’economia, dell’inquinamento, del caro-affitti e della cocaina.
Malgrado l’idraulico orobico riesca a superare entrambi gli ostacoli senza troppa difficoltà, e sia anche in orario, quasi in anticipo da poter progettare una pausa caffè con brioche al cioccolato nel primo autogrill disponibile, l’umore di Menech non migliora e resta scuro come dopo la semifinale di Coppa Italia persa contro la Lazio. «Ma come abbiamo fatto a farci eliminare da questa squadra di scappati di casa. Quest’anno ero proprio convinto fosse la volta buona. Il loro portiere, Edoardo Motta, sembrava più scarso di Edwin van der Sar e poi ci ha parato quasi tutti i rigori. Ma che stato. Che pena!» Ha continuato a borbottare Domenico fuori dallo stadio e in macchina mentre il suo fidato amico Franco guidava in desolante silenzio verso casa. Quella sera non hanno nemmeno acceso Radio Alta per sentire le consuete interviste post-partita. No. Non ce l’hanno fatta. C’era troppa delusione e troppo alto era il rischio di esagerare con gli epiteti negativi verso il mister Raffaele Palladino, che ormai anche Franchino ha smesso di difendere.
Però il sogno di una seconda colazione dolce, che forse gli avrebbe garantito gli zuccheri necessari per avere energia fisica e una buona dose di dopamina utile per raddrizzargli l’umore, si infrange sulle immancabili code tra Pero e Cormano. E proprio mentre davanti a sé vede una fila infinita di fari rossi e immobili, il telefono squilla.
«Ma cosa fai già sveglio?»
«Ma stai zitto. Devo andare a Piacenza a fare un sopralluogo.»
«Che spasso. Oggi gita fuori porta allora.»
«Magari. Devo andare giù perché ci sono dei problemi con i marciapiedi.»
«Ah annamo bene. Quando arrivate voi geometri fate solo casino.»
«Ma ascolta Menech, tu pensa ai tuoi tubi che sarebbe già tanto!»
Franco è così. Quando non sa cosa rispondere ad una provocazione dei suoi amici risponde “Ma ascolta…” Lo fa da sempre, quando non è troppo euforico per rispondere con una delle sue risate travolgenti, che lo portano anche alle lacrime. O almeno lo fa dalle Elementari, da quando ha iniziato a giocare a calcio nella stessa squadra di Domenico. Da allora, tra i due c’è stata un’amicizia forte, intestina, tanto che in ogni trasferta o vacanza di gruppo hanno sempre dormito in camera insieme. Spesse volte pure nello stesso letto matrimoniale. Un rapporto tanto profondo che in compagnia li chiamano gli sposini. E come tutti i legami stringenti vive di fasi, o di grande attrazione e sintonia, o di forte disaccordo e critica, mascherata da battute pungenti, al limite del rancore. Ma questi contrasti finiscono sempre con un brindisi o un messaggio di complicità. E così si torna alla solita routine, in cui almeno una volta al giorno ci si deve sentire.
«Te, eroe dei cantieri difficili. Sei andato allo stadio ieri contro il Bologna.»
«Certo, non sono mica un occasionale come te.»
«Corvè. C’era bel tempo e siamo andati in montagna. Ma mi sa che ho fatto bene. Ho visto alla Domenica sportiva che l’Atalanta ha fatto schifo.»
«Ma devi smetterla di guardare quei programmi da vecchio che guardate solo tu e la nonna di Adani. Comunque, pota, non ha giocato male, abbiamo avuto anche qualche bella occasione, ma vanno a due all’ora. Sono fiacchi.»
«Eh l’importante è che abbiamo vinto sabato scorso a san Siro.»
«Ma il Milan che disastro. E i suoi tifosi che sono andati via dallo stadio prima della fine della partita ancora peggio.»
«Io ho scritto a Beppe. Secondo te cosa mi ha risposto?»
«Avrà detto: “non guardo più il calcio. Adesso solo playoff di Nba e tennis.»
«Esattooo! E poi ha aggiunto: “perché io lo seguivo già prima di Sinner.» E scoppia a ridere Domenico. Quanto lo fa divertire l’intesa con Franchino nello sfottere gli amici: «Comunque che falsa la festa per l’Intertoto. Era più costruita di una puntata di quel programma delle coppie sulla spiaggia che guarda Gianni.»
«Temptation Island. Aggiornati Menech, e poi si chiama Conference League. Ma noi dai. Ci stava. Peccato solo per la sconfitta.»
«Perché c’era ancora san Carnesecchi altrimenti ne predavamo di più. Mah, a me fanno ridere quei palancai dei Percassi che fanno finta di essere soddisfatti.»
«Ma piantala di fare l’anti-borghese. Fanno bene. Con loro è da dieci anni ormai che andiamo in Europa. Adesso vedremo cosa fanno nel mercato, con il nuovo direttore sportivo.»
«Boh a me quei tipi lì da copertina come Cristiano Giuntoli non convincono. Però se porta a Bergamo Maurizio Sarri sono contento.»
«Vedremo. Quest’anno bisogna pulire il pollaio. Però poi bisogna anche fare un po’ di acquisti importanti.»
«Va beh dai. Almeno l’anno prossimo abbiamo la scusa per andare in Azerbaijan o in Kazakistan. Lo sai che quelle ex repubbliche sovietiche mi ispirano.»
«A me mica tanto. Però come c’era scritto sullo striscione: “skefe de negot, figuret de la Conference.”»
Menech ormai è quasi arrivato. Il caffè con la brioche dell’autogrill forse lo berrà la prossima volta. Però va bene così. Una chiamata a tema Dea e amici, con il suo inseparabile Franco gli dà una dose di buonumore così massiccia, che supera pure quella generata dagli interventi in Senato di Matteo Renzi che attacca la presidente del Consiglio.