Ho fatto un brutto sogno e mi sono svegliata agitata. In balia di immagini ormai scomparse e sensazioni vere che di vero non c’è mai nulla. Mi sono ritrovata con gli occhi sbarrati nella stanza buia a fissare le tende, il soffitto e le pareti colanti di ombre consistenti e allungate. Così distesa mi sembrava di vedere mille volti osservarmi silenziosi, sagome nascondersi nelle pieghe dei muri divenuti trapassabili. Al polso la sensazione di una mano che nell’incubo era una donna che voleva trascinarmi in una spiaggia.
Mi sono messa seduta e, come fanno i bambini, ho chiamato sottovoce mio marito. Che in quel sonno bello, interrotto per due respiri, mi ha rassicurato di essere sveglio anche lui e pronto a sconfiggere con me le ombre della notte. Poi si è riavventurato nei suoi sogni, certamente migliori dei miei.
Un proverbio giapponese mi viene in aiuto: “Se hai paura del buio, accendi solo una piccola luce”. Ho trovato la mia piccola lampada da lettura e ho schiacciato il bottone. Un luminoso, minuscolo fascio arancione è arrivato a farmi compagnia, ritrasformando il settimino in un semplice mobiletto a sette cassetti. Ho agitato la torcia in cerca di presenze.
Il letto era solo il letto, la tv sempre quella, i tappeti non stavano volando. Tutto regolare. Ho bevuto un po’ d’acqua, massaggiandomi la mano per far passare l’impressione della stretta. Che strani i sogni, come possono entrare così prepotentemente nella nostra realtà anche a un’età dove non ci si dovrebbe più spaventare di loro?
Mi sono riaddormentata, andando a caccia di situazioni più serene. Il pomeriggio seguente mi sono recata in un centro per un massaggio shatzu e, parlando con la signora che me lo aveva appena fatto, le ho raccontato il mio sogno. Lei mi conosce da tempo: “Quando ti sei svegliata, hai sentito qualcosa di strano?” mi ha chiesto. Le ho confermato che, oltre a sentire viva una stretta sul polso, avevo le narici piene di odore di mare. “Ma il mare, non è il tuo posto preferito?” mi ha chiesto ancora. Ho annuito. “Allora il tuo Hun voleva solo portarti dove sa che stai bene. Ci ha messo un po’ troppa enfasi credo. Non preoccuparti mia cara. Forse è il momento di partire e avevi solo bisogno di una scossa”.
Secondo la medicina tradizionale cinese, la nostra Anima Eterea è capace di staccarsi e andare in luoghi anche molto lontani. È una parte impalpabile di noi, decisamente anarchica, che vola durante la notte raggiungendo i posti in cui vorremmo stare.
Che magari non abbiamo i mezzi per raggiungere, che sono un desiderio di quel momento o un bel sogno appunto. Quando mi sono alzata dal tappetino, ho pagato e me ne sono tornata al lavoro.
Che bella l’idea che ci mettiamo in viaggio senza preavviso, senza dover comprare un biglietto, prenotare un volo o fare una valigia. Non so se l’Hun esista davvero ma questa possibilità che gli incubi siano solo sogni e che i sogni siano partenze del cuore inaspettate, mi piace moltissimo. E quindi voglio crederci. A tutti i costi.


