La frase infelice di un dirigente di una squadra di calcio “da quando il tennis conta più del calcio?”, ha avuto la risposta domenica nel tardo pomeriggio con la ennesima vittoria di Sinner e gli sfottò (eleganti) sulla crisi del calcio italiano. L’Italia in questo momento vive di eccellenze mondiali nello sport. Certo, si potrebbe rimpiangere il nostro Rinascimento, quando eravamo famosi in tutta il mondo per la pittura, la letteratura, la scultura, l’architettura, la musica… E l’Italia non era nemmeno uno Stato, frantumata nei suoi mille campanili e decine di staterelli litigiosi tra loro. Ma prevaleva l’immagine di un popolo di artisti e geniali innovatori. C’è un film del 1963, in incipiente (nostro) boom economico, “Intrigo a Stoccolma” che racconta di un Premio Nobel per la fisica assegnato a un esule tedesco che i servizi segreti della Germania dell’Est vogliono riportare a forza dagli Stati Uniti in “patria”. Di contorno c’è la rivalità tra due vincitori del Nobel per la medicina. Uno è italiano (l’attore è Sergio Fantoni) che il rivale contesta ma sarà l’italiano a trovare una soluzione di emergenza per salvare la vita al tedesco.
Di un’Italia fatta di poeti, naviganti, eroi (pochi) e quant’altro resta poco. Un artista è di già di suo “anarchico”, poco rispettoso dei limiti e delle regole. Un poeta vede oltre gli orizzonti, così come un musicista, un pittore ecc., vanno oltre, immaginando un aldilà della realtà, altrimenti sarebbero semplici cronisti, fotografi di quello che c’è.
La cultura da qualche decennio è relegata a contorno, spesso fastidioso, proprio perché un “intellettuale” (termine generico ma di comodità, perché evita elenchi) è difficilmente inquadrabile, assegnabile a uno schieramento politico. I tentativi di attribuzione di grandi artisti del passato sono stati addirittura patetici. Da qui l’accusa agli artisti di essere di “sinistra”. La definizione più calzante sarebbe quella usata sopra, “anarchici”, proprio perché infastiditi e addirittura intolleranti dalle regole. Ma servono a creare un mondo migliore, regalando lampi di genialità.
Resta diffuso nella nostra italietta il fastidio per chi non è allineato. Per questo sui social si scatena la canea quando uno di questi “artisti” (e sportivi) cade in disgrazia, in fondo pensiamo di essere alla loro altezza e se cadono non vogliamo cadere con loro, quindi li insultiamo, insomma non sopportiamo chi è meglio di noi. Lo si constata anche quando andiamo a votare: votiamo più volentieri quelli che sono al nostro livello, escludendo i migliori, da che abbiamo campo libero nelle opinioni sui social, fuori dal luogo che un tempo le ospitava, le osterie, ci sentiamo tutti “i migliori”. Poi finiamo per eleggere “re travicelli” (travicello sta per pezzo di legno). Non danno fastidio, la pensano come noi, “pensieri deboli” come i nostri.
«Al Re Travicello / piovuto ai ranocchi, / mi levo il cappello / e piego i ginocchi: / lo predico anch’io / cascato da Dio: / oh comodo, oh bello / un Re Travicello! (…) Volete il serpente / che il sonno vi scuota? / Dormite contente / costì nella mota, / o bestie impotenti: / per chi non ha denti, / è fatto a pennello / un Re Travicello!» (Giuseppe Giusti).

