Ricordi dalle retrovie/1927-1931 – Una vacca orba venduta tre volte. Don Alessandro Brumana racconta i quattro anni in cui operò come curato a Vilminore
Le prime cose che mi chiede sono sui vecchi amici, ol caser, “c’è ancora?”, e poi chiede un lungo elenco di nomi sempre affiancati da quella domanda ossessiva, “ghel amo?”, in dialetto.
Novantuno anni tra poco: don Alessandro Brumana mi accoglie con una gioia contenuta ma evidente di poter ricordare quei quattro anni passati a Vilminore, quando i tempi erano duri, ma le cose sembravano più semplici. Novello sacerdote nel 1927. Del vescovo Marelli non ricorda al principio il nome ma il particolare che aveva un fratello prete “che gli faceva fare delle figure, perché il Vescovo non guardava a chi faceva la carità e una volta sul ponte di Almenno, così dicono le storie, c’è stato un povero che si è avvicinato al Vescovo che gli ha dato cinquanta lire di allora e suo fratello si è fatto restituire le cinquanta lire e gli ha dato cinque lire, di allora però, neh! Venivano da Milano e suo fratello era venuto più tardi, pur essendo canonico”.
IL TEMPORALE
Tra i suoi compagni di scuola (“ghe no piõ gna ü”) ricorda un Salaroli, il Magoni che poi divenne canonico, il Meli, musicista compositore, un Iseni nativo di Boltiere: “Eravamo 27 ordinati quell’anno”. E così fu mandato a Vilminore, dove c’era un arciprete che la popolazione non amava particolarmente, don Bortolo Bettoni, che per essere nativo di Azzone quelli di Vilminore consideravano “riduttivo” per una carica prestigiosa come la reggenza della chiesa più importante della vallata (vedete un po’ che tempi!).
Don Alessandro Brumana andava a succedere come curato a don Bartolomeo Savoldelli di Clusone, che diventava prevosto a Castione. C’era un temporale quel giorno al passo della Presolana e la corriera faticava sulla salita, prima di buttarsi a capofitto in quella discesa verso una valle che non prometteva niente di buono nemmeno per uno che con la montagna aveva dimestichezza, provenendo dalla Val Imagna. Dal passo la val di Scalve appare solo con le poche case del Dosso e dev’essere sembrata al novello curato abbandonata dagli uomini, se non proprio da Dio.
IL VIAGGIO
Fino a Clusone era arrivato col trenino di allora, inaugurato il 12 marzo 1911. A Clusone uno che voleva prendere la corriera per le valli doveva assoggettarsi a pranzare all’osteria del proprietario delle corriere, don Alessandro se lo ricorda quel pranzo obbligatorio, “se si andava a mangiare non si… perdeva la corriera”. Il trenino arrancava da Ponte Nossa dove bisognava staccare alcune carrozze per fare la salitella verso Clusone. Era luglio, il luglio del 1927.
«Sì, l’arciprete aveva la fama di essere un po’ avaro, agher, ma devo dire che mi ha sempre trattato bene, ma a Vilminore non lo vedevano bene». Ma subito torna al viaggio di entrata in valle, su quella piccola corriera: «Ci stavano una ventina di persone e nelle curve bisognava fare manovre, le strade allora non erano ancora asfaltate e allora ho pensato, mi hanno mandato a casa del diavolo. Ma dopo ci sono stato volentieri. L’arciprete mi ha guardato e mi ha chiesto, sif vu?, siete voi?, e poi lui ha guardato e io ho guardato lui e basta, 1o l’ho trovato un uomo giusto». Erano tempi in cui i curati dipendevano finanziariamente dai loro parroci o arcipreti che fossero. L’arciprete Bettoni dava al suo curato trecento lire al mese. «Ma aveva un piccolo deposito alla banca e diceva alla gente, se dice messa il curato dategli dieci lire se no tralasciate che glieli darò io. La gente mi voleva bene». Abitava nella vecchia casa del curato dove c’è la scaletta («C’è ancora? E la fontana? C’è anco-ra?) che porta in via Acerbis (via Arciprete Acerbis, perchè a Vilminore sono parecchie le vie dedicate ai vecchi arcipreti che hanno lasciato un segno nella storia del paese). La sorella di don Alessandro si ammalò subito, forse di nostalgia, «ma dopo si è abituata ed è stata bene».
Dei giovani si ricorda i nomi, il Giovanni, il Giacomo suo fratello e un altro più vecchio. Non c’era l’oratorio allora e sotto la casa c’era un piccolo locale, una porticina, prima della scaletta, «sulla strada delle galline», dove ci si riuniva, «si rideva e giocavano alle carte».
IL FASCISMO
Il fascismo: l’arciprete non fu in buoni rapporti con il fascismo locale. Il 20 marzo 1928 fu chiamato dal podestà Bortolo Baldoni e dal vice podestà Mario Stocchi alla presenza di tutto il Direttorio del Fascio e cioè di Franco Santi, segretario politico, del medico Perosi, del veterinario Pasinati e di Giuseppe Morandi «ad audiendum verbum» come scrisse nel Cronicon, «per rendere conto del suo operato: cominciò il Podestà ad accusare l’arciprete di aver fatto retrocedere dalla sagrestia un asinotto fascista, ed ebbe per risposta che in chiesa comandava l’arciprete e non il podestà, e che non voleva che in coro si andasse da chi non era cantore. Indi presentò all’arciprete varie divise dei balilla, di ragazzi che non volevano più essere balilla e che avevano portato al podestà… Di tutto questo l’arciprete ignaro, le vossi in piedi e in tono autoritario sfidò i presenti a provare con un fatto solo e con una parola che avesse influito a fare rinunciare i balilla». Questo per far capire i tempi e i difficili rapporti che arrivavano perfino alle minacce all’autorità ecclesiastica. Fu accusato di mantenere nella popolazione scalvina «antipatia e sfiducia» verso il fascismo. Don Alessandro ricorda i lati morali negativi del fascismo, la promiscuità, tra «scece e scete e una festa dopo dottrina l’arciprete l’hanno chiamato in Comune ma sono venute giù le donne con i forconi minacciando i caporioni. Non diceva niente contro il fascismo, ma erano i fatti che parlavano, prendevano i ragazzi e li rovinavano moralmente».
UN VENERDÌ SANTO
Tra le cose che ricorda tiene molto ai lavori per la facciata della chiesa. C’era l’ing. Angelini di Bergamo e il Taragno per gli ornati. Ci fu per questi lavori una sottoscrizione e il primo a versare fu l’arciprete. Le piante per i ponteggi furono offerte da privati. Fu costituito un Comitato tra i «maggiorenti» del paese che ebbe come «presidente effettivo» il curato Brumana. La costruzione dei ponti fu affidata a Bortolo Baldoni, carpentiere e capomastro fu Giovanni Tagliaferri. La sabbia per i lavori fu cavata alla Pieve, dalle donne. Si lavorava di festa. Si ricostruirono i pinnacoli e le tre guglie e i cornicioni e si rifece parte del tetto in ardesia. Su disegno dell’Angelini furono fatte le decorazioni in cemento sopra la finestra principale. Il tetto fu sistemato ad opera di Giovan Maria Andreoletti di Vilmaggiore.
Escluse le spese del legname l’opera costò ben 34.000 lire, di cui 32.986 lire erano depositate dal principio su un apposito libretto di banca.
«Fu per questi lavori che l’arciprete acquistò l’affetto della popolazione che prima non aveva. Fatto sta che i ponteggi erano ancora su il venerdì santo. Il giorno prima avevo sparso la voce, guardate che domani si tolgono i ponti. Non ci pensavo sul momento che si era nella settimana santa. Eravamo preoccupati per i ponteggi. Ero stato io ad andare a prendere il legname e alla rasega di Sant’Andrea ci avevano fatto il lavoro gratis. La mattina del venerdì santo, alle nove, vedo che non arriva nessuno per togliere i ponteggi. Allora mi sono attaccato al campanone e via a suonare per chiamare gli uomini. Ah, sono venuti subito. L’arciprete sente a suonare e viene giù infuriato perchè il venerdì santo non si possono suonare le campane, e dice, oter scece capi negot de negot ma adess ve range me, e io vengo fuori dal campanile e dico, ol me range anche me perchè so me che o sunat. E lui, perchè if sunat, sif mia che de che l’è ‘n co? Certo, era il venerdi santo…Comunque prima di mezzogiorno i ponti erano tutti a terra!».
UN PIATTO PER IL MORTO
Erano tempi di grande partecipazione. Ma non di tutti. Quello che aveva fama di essere il più ricco della valle, il famoso Bergia, nativo di Clusone, Alessandro lo ricorda bene. Era andato da lui per qualche pianta per i ponteggi. Ma quello rispose «la Chiesa non mangia». «Aveva un ragazzo che gli era morto in moto a Torino. Lui aveva l’abitudine di portare da mangiare al figlio morto, sepolto nel cimitero di Schilpario. Ma i ragazzi di Schilpario che avevano fame aspettavano e quando lui se ne andava si precipitavano a mangiare tutto. E il Bergia quando tornava e vedeva piatto vuoto, credendo chissà che cosa, era contento. E tutti i giorni era la stessa storia»
LA VACCA ORBA
I ricordi si affacciano a gruppi, in ordine sparso. Nomi di giovani di allora, di vecchi di ieri che se ne sono andati e che rivivono nella memoria di don Alessandro in atteggiamenti inediti per chi li ha conosciuti sul finire della loro parabola. «Un giorno morì una donna, non ricordo come la chiamavano. Fatto sta che aveva lasciato tutto alla chiesa. l’arciprete mi mandò a chiamare perchè vendessi la sua roba. E aveva anche una vacca. Allora io, ol Berti Capitanio e l’Andrea Bonicelli, che studiava da ingegnere al collegio di Celana, ci mettemmo a cercare compratori, ma ognuno per proprio conto. L’avevamo fatta stimare a chi se ne intendeva. Poi via a cercare qualcuno che la prendesse. Quando ci ritrovammo ognuno di noi aveva venduta vacca che così aveva tre compratori diversi. Ma non sapevamo che era orba. Noi l’avevamo venduta per buona. Quello dei tre che offrì di più la prese ed era il padre del Bonicelli, che la accettò anche quando seppe che era orba. C’erano anche tre formaggi che ci hanno fruttato più della bestia perchè era formaggio buono…».
E poi ci fu quella volta che fu quasi costretto a prendere dalla soffitta della canonica un vecchio fucile e prendere la licenza di caccia, spinto dal maresciallo dei carabinieri per far ripicca al comandante della forestale che andava in giro a togliere la licenza a quelli che incontrava a caccia. E altri nomi e cose che stavano in un posto dove adesso ci stanno altre cose. O quell’altra volta che don Alessandro si sentì condannato all’ inferno, proprio nel mezzo della chiesa da un frate predicatore e lui rispose “ e tu frate dove andrai?” O il Desiderio che faceva il becchino ma la domenica doveva badare a pompare aria per l’organo col mantice e non andava d’accordo con l’organista che ogni tanto gli mollava uno schiaffone perchè andar giù l’aria dell’organo e quindi stonava e allora il Desiderio un giorno gli gridò: «Arriverai sotto di me quando morirai» e il giorno che morì l’organista il Desiderio alla fine del funerale andò sopra la tomba e pestava i piedi dicendo “Dai adesso, picchiami adesso se ci riesci “
SENZA PECCATO
E ricorda ancora ol Cardinal, «il padre di quello che teneva l’albergo, che mi diceva sempre che lui era più in alto di me, perchè lo chiamavano Cardinale». Vecchie storie di uno scisma abortito per cui si racconta di uno che volle farsi Papa per far dispetto all’arciprete di quei tempi e creò tanto di gerarchia ecclesiastica: «chi laur le era laur che i faa ‘n Vilminore «Ma quello che ho in mente ancora oggi è la prima donna che ho assistito in punto di morte quando sono arrivato a Vilminore e stava di casa vicino all’ospedale, ma non mi ricordo il nome. E mi ha detto prima di morire – Sono contenta di una cosa sola, che nella mia vita o mai sguarat ol cor , non ho mai fatto peccati, e allora io ho detto, siete migliore di me». Il 28 maggio 1931 don Alessandro Brumana lascia Vilminore. L’arciprete scrive sul chronicon: «Dopo 4 anni di lodevolissimo servizio, durante i quali ebbe sempre a mantenersi la stima dei vilminoresi, il coadiutore don Alessandro Brumana, lascia Vilminore, in qualità di coadiutore a Levate». Lo sostituisce don Prospero Ferrari di Castione. Don Alessandro Brumana, nel lasciarmi si raccomanda: «Tanti doveri a tutto Vilminore».
E torna al suo tavolo di lavoro, guardando appena fuori dalla finestra che da’ sulla strada. Una strada lunga che porta nel ginepraio dei ricordi.

