LE INTERVISTE DI ARABERARA /1 – MONS. ANDREA SPADA (1908-2004)
|Intervista (esclusiva) a Mons. Andrea Spada da 50 anni direttore de L’Eco di Bergamo: «Scenderò dalla nave con molta nostalgia: il vescovo disse ‘Va’’, un giorno dirà ‘Fermati’».
SCHEDA – MEZZO SECOLO DI REGNO
(p.b.) Mons. Andrea Spada era nato il 24 gennaio 1908 a Schilpario, Val di Scalve. Il 24 gennaio è una data significativa nel calendario, è la festa di S. Francesco di Sales, diventato il patrono dei giornalisti. In un certo senso, quindi, era un segno di una “vocazione” non solo religiosa ma anche giornalistica per il futuro direttore storico de L’Eco di Bergamo. In occasione del suo 80° compleanno che coincideva anche con il 50° di direzione del giornale don Andrea concesse ad araberara l’unica intervista della sua vita, pubblicata sul numero di aprile 1988 e intitolata «Scenderò dalla nave con molta nostalgia: il vescovo disse ‘Va’’, un giorno dirà ‘Fermati’». È morto il 1° dicembre 2004.
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Al suo paese tornava sempre più spesso. La gente lo vedeva fare lunghe passeggiate verso S. Elisabetta, lo incontrava sul sagrato della chiesa, al bar, dove non disdegnava di fare una partita a carte. Don Andrea non aveva mai dimenticato Schilpario: al giornale lo sapevano bene e la valle di Scalve aveva sempre avuto occhio di riguardo, nella cronaca de L’Eco di Bergamo.
Quando quella mattina ero andato ad aspettarlo fuori dalla chiesa era un lunedì di febbraio del 1988. La chiesa si era svuotata con l’andate in pace che una volta, alle cinque del mattino, segnava l’inizio della giornata di lavoro: don Andrea era uscito dopo un bel pezzo, camminando sicuro sulla neve, come se gli ottant’anni fossero una formalità.
Mi aveva preso sottobraccio e, quando aveva avuto il tempo di capire cosa volessi, non si era sorpreso. Era la… cinquantesima richiesta che riceveva per un’intervista (una più una meno). E allora avevo allargato le braccia, come a dire che dovevo pur tentare, faceva parte dei compiti di un direttore di giornale, per modesto che il mio fosse. Ma don Andrea stava covando la sorpresa: “Ho detto NO a tutti, ma con lei farò un’eccezione”
Alcuni lettori forse non colgono l’importanza di questa intervista: Mons. Spada era uomo schivo e questa che pubblichiamo era la prima intervista che concedeva a un giornale. Per questo siamo particolarmente orgogliosi di riproporla ai nostri lettori. Per un avvenimento così importante le domande che mi sono venute in mente erano un’infinità. Ma lo spazio è stato un naturale censore della mia curiosità incontinente. Il taglio dell’intervista, che coincideva con i cinquant’anni di
direzione dell’ultracentenario quotidiano cattolico bergamasco, doveva essere “personale”. E così è stato. Negli anni seguenti con don Andrea ho avuto molte altre occasioni di incontri e conversazioni, naturalmente spesso sui cambiamenti nei giornali e soprattutto nel “suo” giornale, incontri anche piacevoli (sono stato perfino suo compagno a scopa liscia).
Monsignore, mi rendo conto che possa essere fastidiosa un’intervista in coincidenza con i 50 anni di Direzione de L’Eco di Bergamo e il suo 80° compleanno. Può suonare, come dire?, come una celebrazione. E le celebrazioni hanno fatto spesso rima con giubilazioni… Ma provenendo da questa modesta fonte, le domande valgono per quello che sembrano.
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Cominciamo quindi dalla fine: dopo 50 anni di Direzione del suo giornale, al massimo di prestigio e diffusione, ci si deve aspettare da un momento all’altro che lei lasci il giornale?
«Permetta che faccia una premessa per quest’intervista. Credo di non aver mai rilasciato interviste. Ora faccio volentieri un’eccezione per Lei e per una pubblicazione che esce anche nella mia Val di Scalve, ed è quindi di casa, Questo a prescindere dalla ricorrenza. Il giornalista, Lei lo sa, è uno che intervista, che fa parlare gli altri, mentre l’essere intervistato è fuori dalla sua visuale. Ma mi rendo conto che può essere forse di qualche utilità, e anche doveroso, confidarsi su una così lunga esperienza. Quindi La ringrazio e non provo alcun fastidio. Assicuro però che non ci sarà alcuna celebrazione, su questo sono ben deciso. Sono scalvino, montanaro, allergico fin nel midollo delle ossa alle cerimonie. Non ci sarà quindi rima fra celebrazione e giubilazione. Ma certamente la giubilazione (comunque si voglia chiamare la fine di un lungo servizio) non so quando, ma certamente non può essere lontana. Montanelli, che ha i miei anni e dirige un giornale nazionale, quindi ancora più impegnativo anche fisicamente del mio, ha risposto, sull’argomento, che tocca ai lettori, sulla base dei suoi scritti, giudicare se e quando deve lasciare. Il mio discorso è anche più semplice e sereno. Una mattina, sulla fine di novembre del 1938, il Vescovo, Mons. Bernareggi, mi chiamò per darmi questo compito, e, come deve fare ogni sacerdote col suo Vescovo a cui ha promesso obbedienza, dopo avergli detto la mia riluttanza (ero veramente impaurito) ho accettato senza minimamente sapere cosa fosse un giornale e meno che mai come lo si dirigesse. Ora il Vescovo che mi ha detto “Va’!” è lo stesso che mi dirà “fermati”. E sarà per me semplicemente, ed è tutto, la Volontà del Signore. Mi lasci dire che spero di lasciare il giornale così come sono disceso dalla mia nave ospedale Virgilio a Napoli la sera in cui mi arrivò l’ordine di sbarco per andare ai sommergibili a Pola. Con la mia piccola valigia sono sceso quella sera, dopo un anno e mezzo, lungo la scaletta, tranquillo, anche se con tutta la nostalgia del marinaio per la sua barca e per la sua gente. Così spero di fare quando verrà quest’altra ora, certo con tutta la nostalgia accorata del vecchio giornalista per il suo giornale. Non è una vita facile, quella di un direttore di giornale, né brillante, né divertente, né sulla cresta dell’onda e del successo e delle simpatie degli altri, come forse si immagina, ma è un lavoro estremamente appassionante, che ti si attacca addosso e ti entra dentro, come respirare. Dire a uno che ci lavora dentro da mezzo secolo di smettere di fare il giornalista temo proprio che sia come dirgli di smettere di respirare. Ma mi renderò conto che quel che Dio vorrà sarà sempre benedetto e non penso proprio di fare scene o drammi. Vede, il segreto dei lunghi cammini è probabilmente quello di considerarli sempre provvisori, anch’io, come diciamo noi scalvini, ho sempre tenuto il cappello attaccato al chiodo della porta».
Facciamo molti passi indietro. A quel ragazzo che lascia Schilpario per il Seminario. Pur venendo dalla patria del card. Angelo Maj, cosa aveva messo in valigia quel ragazzo, quali ambizioni, quali speranze? Ci vuole raccontare l’ambiente che lasciava? E come ha trovato Bergamo-città?
«Mi creda, quanto ad ambizioni proprio non sapevo neppure cosa fossero. Quel ragazzo andava prete, semplicemente, come gli altri seminaristi. Non giornalista. Quando feci il mio primo “servizio giornalistico” spedendo, per incarico del mio parroco, una breve cronaca del centenario a Schilpario del card. Maj (il servizio era curiosamente per la “Voce di Bergamo”, il giornale concorrente de “L’Eco di Bergamo”) ricordo vagamente di aver ricevuto una lettera dal direttore di quel giornale che mi invitava a collaborare. Ero, non so, se in liceo o in teologia, e capii nettamente che quel direttore non sapeva che io ero seminarista e così credo di non aver neanche risposto alla lettera. Era un equivoco del tutto occasionale e finì senza alcun seguito neppure psicologico. Dell’ambiente che lasciavo nel mio paese e nella mia valle ricordo solo l’acuta nostalgia che mi accompagnò sempre. Allora, soprattutto, per noi ragazzi, la Presolana era il confine del mondo. Andavo ignaro ed estraneo nella città che mi intimidiva. Ripeto, partii ragazzo con quell’attaccamento al mio paese, alla mia terra, che restò sempre inalterato e che, anche
diventato direttore del giornale, mi portò a rinunciare decisamente a inviti ad andare a lavorare come giornalista, direttore di giornale, a Milano, a Bologna e a Roma. Non ci sono andato anche per altre ragioni: primo, perché conoscevo il mio limite, poi perché (sarebbe un discorso lungo e complesso giornalisticamente), perché credo al giornale locale, e, nel nostro campo cattolico, ritengo fondamentale il suggerimento dell’Opera dei Congressi a Pisa alla stampa cattolica di
mantenere i nostri giornali popolari, legati all’ambiente, alla provincia, soprattutto in una configurazione geografica come è quella italiana dove anche gli stessi grandi giornali nazionali nascono, vivono e crescono solo se legati come base ad una città, ad una provincia, ad una regione.
Ne avevamo discusso molto nelle nostre riunioni di stampa, specie a Taranto quando nacque Avvenire” come giornale nazionale e io, che ero allora presidente della Conferenza dei direttori e amministratori dei quotidiani cattolici, mi battei con assoluta convinzione per il giornale locale, Ma sicuramente nel mio legame a L’Eco entrò sempre il mio attaccamento, che penso sia istintivo per noi scalvini, alla terra dove siamo nati.
Quanto a quello cha quel ragazzo ha trovato a Bergamo, nella città, ho fatto la vita di tutti 1 seminaristi, che, allora, partivano per il Seminario nella festa di S. Marco, per tornare a casa solo a Pasqua. Vedevano durante l’anno raramente i parenti, uscivano dal seminario solo per una breve passeggiata, tutti incolonnati, sulle Mura o nei paesi intorno, e attraversavano la città rarissime volte per andare alle Funzioni in Duomo e due volte all’anno, a carnevale, per uno spettacolo al “Seminarino”. Di Bergamo, in realtà, non ho veduto e saputo per tutti quei dodici anni praticamente niente».
La stampa cattolica è nata come un sistema “difensivo” verso i governi a cavallo del secolo. Il ruolo della stampa assumeva così una funzione di controinformazione. Si sente questo ruolo anche nelle pagine rievocative che L’Eco di Bergamo dedica settimanalmente alle notizie di un secolo fa. Sostanzialmente il ruolo difensivo L’Eco lo mantiene anche oggi: le si rimprovera anzi di mantenere tale ruolo anche a scapito dei fermenti interni alla chiesa bergamasca, che
vengono passati sotto silenzio.
«Certo, la stampa cattolica, e L’Eco di Bergamo come tutti i 23 quotidiani cattolici suoi confratelli, nati tra la fine e l’inizio del secolo, aveva anche uno scopo difensivo, Per difendere, cioè, la verità cristiana, la Chiesa, le sue istituzioni dalla fazione antireligiosa c anticlericale che imperversa: dietro alle polemiche sul potere temporale. Non si trattava affatto di controinformazione, ma di sacrosanta e doverosa informazione cattolica, contro una disinformazione dettata da pregiudizio anticlericale, massoneria e ignoranza religiosa, dilagante nella stampa laica e nella politica.
Difendere la verità è ovviamente il primo naturale dovere dell’informazione, il primo diritto-dovere di un quotidiano cattolico. Imparai presto, dal grande maestro e padre del giornalismo cattolico Raimondo Manzini, che il giornalismo cattolico è una grossa battaglia. E le battaglie si conducono anzitutto nella difesa. Lei mi cita la pagina dei cent’anni fa de L’Eco di Bergamo. A parte che quello è uno specchio sorprendente della realtà dei corsi e ricorsi della storia, in controluce ai nostri giorni un eccezionale e gustosissimo documento di quei tempi, si può eccepire su quello stile che oggi si può giudicare eccessivamente barricadiero. Ma, se le capitassero sottomano i quotidiani nostri di quei tempi resterebbe ammirato, e perfino divertito, per quella straordinariamente limpida e franchissima e spericolata polemica. Qualche volta era bergamascamente molto rude, volavano anche sberle, si fa per dire, ma era sorretta da grande esplosivo amore per la verità, per la Chiesa,
per la sua libertà e missione. Naturalmente lo stile è cambiato, e non solo sui giornali, le polemiche percorrono altri tracciati, ma è chiaro che il giornale cattolico abbia mantenuta nella sostanza la sua linea, quel suo impegno primario di difesa della verità. La sua linea è “l’informazione cristiana”. Ha lasciato le etichette, ma sono profondamente persuaso che la coerenza alle sue origini, i suoi sforzi di rimanere se stesso in qualsiasi vicenda di questi cent’anni, la sua fedeltà ai principi costituiscano il segreto della sua longevità e della sua crescita. La vita del giornale non è come quella dell’uomo. Gli anni di quest’ultimo si incurvano, si appesantiscono, si logorano.
Ma il giornale nasce ogni giorno, quel giorno; è sempre la creatura di ogni mattino, muove ogni giorno i suoi primi passi. Se riesce a restare se stesso, il giornale ha contemporaneamente cent’anni e un giorno solo di età. Credo proprio che questo sia il suo segreto e per il suo grande debito di gratitudine alla Provvidenza. Quanto al “silenzio” sui fermenti interni della chiesa bergamasca, pur sapendola buon giornalista e quindi buon lettore, penso proprio che molte cose le siano sfuggite su L’Eco di Bergamo a questo riguardo. Il Vescovo, Mons. Oggioni, nell’indicare i rispettivi ruoli del quotidiano, del settimanale, del mensile, ha detto che L’Eco di Bergamo deve essere un quotidiano d’ispirazione cristiana, però con i compiti, gli ambiti, anche i limiti giornalistici propri di qualsiasi quotidiano. Il quotidiano ha infatti un ambito proprio, più largo di diffusione e di presenza, ha tempi rapidi e immediati di compilazione, sempre dominati dalla fretta, è a servizio di tutto quello che riguarda il cittadino, uomo e cristiano e dell’informazione che va dal Vaticano agli esteri, agli interni, alla cronaca, allo sport, agli spettacoli, ecc. Non può perciò avere né il tempo particolareggiato né l’ampiezza esauriente di una rivista, di un settimanale, di una pubblicazione specializzata. Il settimanale, invece, è stato indicato dal Vescovo Mons. Oggioni come organo diretto e specifico della vita della diocesi, quindi anche dei suoi dibattiti, dei suoi problemi particolari, dei suoi fermenti. Tuttavia, anche se quest’intelligente e anche giornalisticamente provvida divisione dei compiti è stata osservata, a nostro modo e nei nostri limiti giornalisti, penso che nessuno che abbia potuto seguire ogni giorno L’Eco di Bergamo, la sua informazione religiosa locale e di tutta la Chiesa, i suoi articoli, le sue note, le sue polemiche naturalmente sottratte al puro amore di polemica e con spirito di rispetto e di vera obiettività dei fatti possa muovere a L’Eco di Bergamo il rimprovero di aver perso la lingua. Nel nostro campo, nel nostro ovvio limite giornalistico, ma con passione e rispetto e profondo amore alla Chiesa.
L’Eco di Bergamo ha nei grossi volumi della sua raccolta, oggi consultabile pagina per pagina su un piccolo schermo, un’ampia documentazione dei suoi interventi anche nell’informazione della Chiesa locale. Vede, l’obiettività dell’informazione, principio geloso di tutti i giornali, a L’Eco di Bergamo la intendiamo come vera obiettività, cioè anche non dare notizie di cui non fossimo assolutamente sicuri. Specie nell’atmosfera sempre inquinata dal veleno sottile di tante voci, di critiche facili, di giudizi avventati, di chiacchiere a non finire».
Torniamo alla scelta personale per il giornalismo. Come si studia da giornalisti nell’ambiente ecclesiastico bergamasco? Come è stato scelto per la direzione de L’Eco di Bergamo? Il suo predecessore don Mauro Valoti lasciava il giornale nel 1938. Nei suoi articoli “così per dire” era stato critico nei riguardi del fascismo. E questi rapporti non migliorarono nemmeno con la sua direzione. Quale era la posizione che la Curia e il Vescovo Bernareggi le indicarono di assumere?
«La mia nomina a direttore de L’Eco di Bergamo è una storia che qui mi limiterò a riassumerle molto succintamente. Cominciò proprio qui in Valle di Scalve. Io collaboravo allora al settimanale cattolico ‘La Domenica’, che era diretto da Mons Scattini, e che mi metteva in rapporto di amicizia con il mio antecessore a L’ Eco di Bergamo, l’indimenticabile don Piermauro Valoti. L’Eco di Bergamo veniva quasi ogni sera bruciato sul Sentierone dai fascisti. Ma la crisi scoppiò proprio qui
dove don Valoti, ospite a Schilpario con due altri sacerdoti nella settimana di Ferragosto, appassionato alpinista aveva compiuto un’ascensione al Pizzo Camino guidato da un caro amico di Barzesto, Pino Morandi. Pochi giorni dopo quella gita, il povero Pino, che era elettricista, restava vittima di un tragico incidente di lavoro nella piazza di Schilpario. Don Valoti gli dedicò sul giornale un suo “Così per dire” esaltandone la cara figura di uomo.
Ma non aveva ricordato che c’era anche la sua figura politica. Si scatenò così l’altro giornale contro don Valoti pubblicando telegrammi che chiedevano la soppressione sic et simpliciter de L’Eco di Bergamo. A difendere la vita del nostro giornale intervenne personalmente lo stesso Pontefice, Pio XI, che, ricevendo in udienza un gruppo di bergamaschi, minacciò chiaro e tondo la rottura del Concordato se si fosse attentato alla vita di un quotidiano cattolico. Ci furono trattative tra la Nunziatura apostolica e il governo e fu preso l’accordo che il giornale avrebbe continuato a vivere a condizione che si cambiasse il direttore, prendendone, al posto di don Valoti, uno giovane che non avesse ombra di precedenti politici con il Partito popolare. Credo che neppure don Valoti ne avesse in realtà.
Fui così chiamato da Mons. Bernareggi che mi diede l’incarico senza mezzi termini: “Lei è come un soldato e deve obbedire”. In tre o quattro giorni percorsi l’iter giornalistico che oggi richiede anni: praticante, redattore, redattore capo, direttore. Fu, credo, il più curioso e celere modo di confezionare un direttore che ci sia mai stato, costruito in tutta fretta, in tre giorni e poi rimasto lì 50 anni.
Gli attacchi a L’Eco di Bergamo da parte dei fascisti continuarono come prima, il giornale aveva l’ostracismo nei locali pubblici, era un rischio leggerlo in tram o per strada, e bastava il minimo pretesto per attaccarci. Dovetti subire le scenate del Federale anche per minime cose, come, ad esempio, l’aver dato noi notizia del passaggio a Bergamo del presidente del Coni, notizia del tutto irrilevante ma che serviva all’altro giornale per rimproverarci di non vivere nel clima azotato (sic) del fascismo. Naturalmente gli articoli d’obbligo sulle ricorrenze erano sempre tali da irritarli, vivevamo di un’atmosfera da tiro a segno e da impallinatura (questa particolarmente ai tempi della Repubblica di Salò). Lei mi chiede se avevo avuto disposizioni particolari dai miei superiori. Non ricordo, ma sapevo perfettamente qual era la linea del Vescovo e sentii sempre pieno e incoraggiante e paterno il suo sostegno. Quando, nei giorni della Liberazione. apparvero sui muri del giornale scritte di gratitudine degli uomini della Resistenza per la lotta del giornale contro la dittatura, avemmo chiara la gioia di veder riconosciuta, non solo ufficialmente, la fedeltà ininterrotta del giornale agli ideali della libertà. Mi chiede poi come si studia da giornalisti nell’ambiente ecclesiastico bergamasco. Come Lei sa ci sono scuole di giornalismo, un tempo per iniziativa dell’Università Cattolica, adesso c’è quella dell’Ordine dei giornalisti, e forse altre, ma in realtà il giornalismo lo si impara con la pratica nei giornali stessi. C’è però un corso di insegnamento di giornalismo anche in seminario, molto utile per la sensibilizzazione dei seminaristi all’impegno della stampa cattolica».
Si raccontano aneddoti sul suo stile “terribile e severo” di direzione del giornale e sulle sue “sfuriate”. Sono veri?
«Lei sa che si creano poi anche le fame. E noi scalvini abbiamo già la fama di essere di carattere difficile. Ma lo riconosco, io non ho purtroppo un facile carattere, preso alla sprovvista perdo purtroppo qualche volta le staffe. Grazie a Dio devo dire che la sfuriata mi passa anche con la stessa rapidità con cui mi viene e non lascia traccia. Ma senz’altro è un grosso difetto. Anche se riesco quasi sempre a mantenere la calma dentro, i nervi talora saltano. Non per cercar scuse, ma per spiegare onestamente come è il lavoro di un giornale nei suoi riflessi sul carattere, ci sono anche alcune cose da tener presente. È anzitutto un lavoro teso per natura sua. La fretta, la dannata fretta anzitutto. L’orologio è assoluto tiranno in un lavoro a catena come è quello del giornale: dall’arrivo delle notizie al loro controllo, all’invio in tipografia con tutti passaggi dalla composizione alla correzione, all’impaginazione, alla stampa, alla spedizione.
Se una ruota si inceppa o ritarda, tutto si rallenta e il giornale rischia ogni notte di “perdere le corse” cioè di non arrivare in tempo alla posta, ai furgoni che portano le copie al mare, in montagna, ecc. Con l’applicazione poi delle alte tecnologie, la tensione è anche aumentata. Una volta potevamo seguire la pagina in piombo sul tavolo fino alla collocazione nella rotativa.
Potevamo sempre spinzare qualche “refuso”, aggiustare qualche guaio sfuggito ai compositori, fino all’ultima ora. Adesso che tutto finisce nell’elaboratore elettronico, ad un certo momento il giornale se ne va per conto suo e lo vediamo praticamente anche noi quasi solo quando è stampato.
Lei immagina facilmente come questo lavoro sulle lancette dell’orologio, nella notte, dopo una giornata di stanchezza, con la possibilità continua di imprevisti e di parole sbagliate (che, essendo scritte, non possono sfuggire come quelle parlate) ossessioni il giornalista e la sua responsabilità.
Se poi questo giornalista è direttore, cioè con responsabilità addirittura penale (come è noto egli è responsabile penalmente e personalmente di qualsiasi riga e notiziola del giornale, anche se firmate da altri), l’assillo diventa anche più logorante. Tutti possono sbagliare nella redazione, ma è lui che paga. Io sono stato condannato una volta da un tribunale per una piccola cronaca di paese apparsa sul settimanale cattolico “Luce” di Varese, che io ho firmato per un certo tempo,
con tutti i settimanali cattolici della Diocesi di Milano, su richiesta dell’Arcivescovo di Milano.
Non conoscevo assolutamente la notizia, era regolarmente firmata da un corrispondente che fu condannato, pur anch’io “ope legis”.
È un lavoro così, sempre teso, per tutto quello che può succedere più che per quello che capita. C’è poi da considerare la difficoltà intrinseca della comunicazione “scritta” in un paese come l’Italia dove c’è anche chi non sa leggere, o interpreta male, o, se si tratta di politica, legge inforcando i propri occhiali colorati.
Il giornale non è un forno che dia un pane facilmente commestibile per tutti, indiscutibile. Senza dire che un giornale non è mai considerato un “ambasciatore che non porta pena”.
È uno specchio di cose gradevoli e sgradevoli e non è infrequente che queste ultime inducano qualche lettore a prendersela con lui, riversandogli addosso le delusioni, le amarezze, il cattivo umore provocato dalle notizie. E il direttore è di solito il primo parafulmini designato. C’è poi un altro fatto. Come Lei sa, anche se ci sono scuole di giornalismo, tecnicamente è un lavoro che si impara solo man mano lavorandovi dentro. I giornalisti, anche se professionisti, in realtà restano dilettanti in un lavoro che non si finisce mai di imparare. Anche il direttore lo è, e può succedere che anch’egli, pur essendoci dentro da cinquant’anni, continui a imparare, ricevere lezioni impreviste, e scoprire situazioni nuove. Anche questo crea tensione. Si sta così sempre sul chi vive.
Un momento di disattenzione può far perdere a un giornale anni di impegno, di prestigio, di serietà.
Nel cammino di un giornale ci sono infinite bucce di banana, le “catene” alle ruote sono d’obbligo in ogni stagione. E le sue stagioni sono il lampo di un minuto, sulla strada, sotto gli occhi critici di tutti, sulla piazza dove “chi la vuol alta e chi bassa” come dice, con cattiva rima, con rigorosa verità. un nostro vecchio proverbio. Soprattutto in un giornale di provincia che non vive su orbite irraggiungibili, ma incontra sulla porta di casa i suoi lettori ogni giorno, e deve fare i conti a tu per tu con gli umori dei suoi lettori e dei suoi avversari, con le antipatie e i pregiudizi. Quasi sempre però, ringraziando Dio, anche con il loro affetto, la loro comprensione, il caldo rapporto quasi di casa. Ma l’affetto e la stima, se riscaldano, non fanno chiasso. L’ostilità, invece, il pregiudizio, il cattivo umore, gridano, sentenziano, ne fanno dello sconquasso. È vero, il tempo, che è figlio di Dio, è galantuomo, ma se ne passano di ore difficili in un lavoro delicato, esposto, spesso ingrato come quello di un giornale. Penso che in tutti i giornali, dato il tipo di lavoro, ogni giorno si fanno degli amici, ma capita di perderne altri e ci si fa magari dei nemici. È inevitabile. Se uno andasse quindi a lavorare in un giornale attratto dalla facilità di avere tessere del cinema o la possibilità di una vita brillante, o l’ambizione di veder la propria firma e di essere conosciuto, non tarderebbe molto a deludersi. E un lavoro affascinante, ma più duro, val la pena di ripeterlo, di quanto possa
immaginare chiunque non l’abbia fatto. E così è, a parte il mio carattere fondamentalmente timido e perciò (come capita ai timidi) impulsivo e con reazioni esplosive. È un duro lavoro inquieto che pochissimi immaginano, anche perché a far quest’esperienza di direzione di un giornale sono poche
centinaia di persone in Italia.
Comunque, mi conceda di approfittare di questa mia unica intervista finora, per sottolineare che, grazie a Dio, i miei redattori, la gran parte dei quali sono con me da decine e decine di anni, conoscendomi, sanno che, al di là delle turbolenze di lavoro, i nostri sentimenti reciproci sono sempre rimasti del tutto fraterni, e da parte del loro direttore, pieni di stima, di affetto, di riconoscenza per tutti.
Questa risposta, vedo, è stata un po’lunga, ma mi è parsa un’occasione utile per accennare alla realtà del lavoro giornalistico».
Quale è stato il suo primo servizio giornalistico su “L’Eco di Bergamo”?
«Non l’ho mai dimenticato, anche se era cosa molto modesta, di cronaca. Ero al Patronato. Don Vavassori, che era fondatore del Patronato S. Vincenzo ma allora anche direttore del giornale, mi disse un giorno di recarmi nel vicino cimitero di S. Giorgio, alla Malpensata, chiuso per la demolizione, dove un barbone era ogni giorno in lite con i vigili urbani che cercavano di sloggiarlo. Come è noto, un cimitero doveva stare chiuso per 30 anni, dopo che era stata trasferita nel nuovo ogni salma, prima di essere demolito. Trovai il pover’uomo, un tipo per altro allegro e molto vivace, che mi mostrò la cappella in cui aveva sistemato il suo alloggio. Era una sontuosa cappella gentilizia tutta marmo e colonnine e fregi. In un loculo aveva sistemato il cucinino, in un altro la sua branda, e aveva chiuso l’entrata con una specie di tenda. Mi accolse infuriato: “Con tutta la crisi di alloggi che c’è in giro, guardi un po’. Uno si trova uno splendido alloggio vuoto e vogliono cacciarlo fuori”. Gli feci presente il guaio che sarebbe successo se per disgrazia egli fosse morto lì dentro.
Si sarebbe dovuto ricominciare da zero il computo degli anni. “Dica che stiano tranquilli. Quando sarà ora di morire andrò altrove, come fanno gli elefanti”. Non c’è più neppure l’acqua, gli feci osservare, ma lui mi rispose pronto e sorridente: “L’acqua non è un problema per me, comunque una fontanella la trovo, se voglio, al mattino”. Insomma, una piccola prima intervista irriducibile.
Quando mi avviai per uscire dal cimitero mi gridò dietro allegramente: “Don Andrea, senta, se un giorno si trovasse sfrattato o a corto di alloggio, venga qui da me e le sistemerò io l’alloggio in una splendida cappella”. Pubblicai il mio servizio e seppi poi che la nobile famiglia proprietaria della cappella, a seguito di quanto il giornale aveva pubblicato. era intervenuta presso il sindaco e aveva ottenuto di lasciare pover’uomo in santa pace. Quel barbone era stato il mio primo lettore e, ogni
volta che passavo davanti al cimitero, ricevevo il suo giubilante, allegrissimo saluto riconoscente. Capii per la prima volta che anche quattro righe umili su un giornale possono fare del bene.
E fu questa anche la prima volta che ringraziai il Signore di avermi data questa passione per il giornale che poi sarebbe diventata cinquant’ anni della mia vita».

