Proporsi di fare il Sindaco e mettere insieme liste di candidati disponibili per l’impegno civile nelle istituzioni pubbliche significa, oggi, andare contro corrente. Oggi prevale quella di chi è satollo, soddisfatto di sé, interessato al benessere individuale, rabbioso con chi turba la quiete quotidiana. C’è chi strologa al bar o davanti al computer o al cellulare sui destini del mondo, la cui conoscenza è peraltro fornita solo dai talk-show, dove lo spettacolo è il core-business e le parole sono piene di ire esibite e di vuoto. Pontifica sul mondo, ma si guarda bene dal farsene carico. Candidarsi significa esattamente prendersi in carico il mondo, per quella piccola porzione sulla quale poggiamo i nostri piedi. L’impegno è locale, ma “il luogo” è attraversato dai mille fili “globali”, sia da quelli che passano nella rete invisibile del Web, sia da quelli che camminano sulle gambe di persone in carne e ossa, che partono, viaggiano e tornano o che arrivano da Paesi lontani in cerca di un riscatto sociale.
Ecco perché è difficile amministrare: perché le tensioni, le aspirazioni, le contraddizioni che percorrono il mondo intero si condensano anche nelle nostre Valli.
Delle questioni della produzione e del lavoro, dell’arrivo di un autunno demografico che sta scivolando nell’inverno, della fuga dei giovani verso la città e le città del mondo non parleremo qui. Sono ampiamente presenti nel dibattito pubblico. Né prenderemo qui in esame le soluzioni, alcune forse possibili, altre solo oggetto di promesse necessarie, ma spesso poco realistiche. Possiamo, a nostra volta, esprimere solo auspici, non definire risposte, mancando di competenze. Su un punto, tuttavia, un giornale che si misura ogni giorno con le tensioni psicologiche e spirituali di una società civile densa e varia come lo sono le nostre società può azzardarsi a esprimere una qualche opinione, un qualche desiderio, una qualche “soluzione”.
Si tratta qui delle politiche culturali delle Amministrazioni. Fin dalla fine degli anni ‘70/inizio ’80, sull’esempio delle “Estati romane” dell’Assessore Nicolini, le Amministrazioni comunali delle grandi e piccole città della Penisola e dei suoi circa 8.000 Comuni si sono buttate sulla “Cultura”. La crescita del benessere e del tasso di scolarizzazione ha generato una crescente domande di prodotti culturali. Il termine “cultura” copre un ventaglio molto largo di significati: dal folklore, ai concerti delle bande musicali o di violino, alle rappresentazioni teatrali, alla poesia, alla presentazione di libri, alle conferenze, ai festival estivi o autunnali, ai concerti…
La fruizione di questi prodotti può di volta in volta produrre emozioni, divertimento, distrazioni nobili, piacere estetico, saperi. Negli anni della diffusione di massa di Internet e degli smartphone, ai bisogni culturali sono arrivate risposte più private, meno pubbliche e meno collettive, provenienti da “bolle” piuttosto che da collettivi o da comunità.
La frammentazione delle domande e delle risposte e la moltiplicazione dei mezzi per rispondervi impone alle Amministrazioni locali una selezione delle politiche e dei relativi finanziamenti, che non sono mai abbastanza, soprattutto se manca un criterio di selezione. Spesso, infatti, si affaccia la tentazione del finanziamento “politico-elettorale”. Essa prescinde dal colore politico.
Pertanto, serve un criterio di selezione delle domande e delle risposte. Dal punto di vista di chi scrive qui, il bisogno fondamentale cui rispondere è quello della maggiore e sempre più aggiornata conoscenza del mondo. Mentre i ragazzi che frequentano le scuole e le Università dispongono di mezzi istituzionali per accedere al mondo presente, sono soprattutto le generazioni adulte che si autoconfinano in bolle di ignoranza del mondo reale, nella convinzione di saperne anche troppo.
Le generazioni più anziane e le generazioni adulte soffrono di un gap espistemico crescente rispetto alle giovani generazioni. Il guaio è che sono quelle anziane/adulte che prendono le decisioni. Sono, d’altronde anche quelle che partecipano di più alle tornate elettorali. “Conoscere per deliberare”, questo la parola d’ordine di un grande liberale e del Primo presidente effettivo della Repubblica. E questo dovrebbe essere il contenuto principale della politica culturale di un’Amministrazione. Forse porta pochi voti, ma fa crescere “il sapere del mondo”. Il mondo propone oggi grandi domande, alle quali conviene ed è necessario rispondere. Anche se, come consiglia la poetessa polacca W. Szymborka, occorre spesso “chiedere scusa alle grandi domande per le nostre piccole risposte”.


