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Benedetta gente

«Turnavi a cà la sera, e la mia mamma / la me nettava el nas tutt spurch de sang’ / perchè la legge l’era de dài via, / ma l’era anca quella de ciapànn!» (Jannacci). Ma di che parliamo noi soloni su di età che ci scateniamo indignati sui social invocando interventi repressivi esemplari (con conseguenze devastanti per il futuro) per le risse tra ragazzi? Titoli dei giornali: “Battaglia navale su Hormuz” (notare il riferimento al gioco da tavolo), “Li spazzeremo via”, dice uno che può schiacciare il bottone della guerra atomica. Se nel mondo degli adulti trionfa il rapporto di forza tra “bulli”, è ipocrita indignarsi per il “bullismo” dei ragazzi (“L’ipocrisia di chi sta sempre con la ragione e mai col torto” – Guccini). Noi da ragazzi giocavamo alla guerra e davvero la sera qualcuno di noi tornava a casa sanguinante. Imitavamo quello che ci raccontavano i “grandi” della guerra appena finita. Ma se non volete più leggere “I promessi sposi”, rileggere almeno “I ragazzi della via Pal”. Un ragazzo in paese ci perse un occhio in uno scontro a spade di legno tra “guerrieri” (ricordate “I guerrieri della notte”, film del 1979) delle due contrade e in memoria ho il racconto della “Battaglia di Palént” con un ragazzo fatto prigioniero, rinchiuso in una cantina e liberato solo dopo tre giorni, senza che nessuno, né da una parte né dall’altra, andasse dai genitori a piagnucolare, perché, appunto “la legge l’era de dài via / ma l’era anca quella de ciapànn”.
Diverso il caso delle bande di ragazzi che rubano e taglieggiano i passanti. Noi al massimo rubavamo la frutta nei campi, chi rubava un pennino (al tempo dei calamai) era un paria, al tempo in cui la morale era che ci si sosteneva nel bisogno, e il settimo comandamento era inviolabile, pena l’emarginazione dalla comunità (un mattino tutto il paese andò a testimoniare in Pretura contro uno che aveva rubato una pecora). Se adesso tutti rubano e il ladro viene vissuto come un “furbo”, al limite dell’ammirazione, poi non lamentiamoci se i ragazzi ci imitano. A noi, con la parentesi del ’68 in cui si sono sublimate le battaglie di territorio in quella di cambiamento sociale e politico, sono seguite generazioni di ragazzi di “pace”, perché il clima era cambiato.
Se tra gli adulti adesso è tornato a trionfare, con enfasi, il rapporto di forza, e viene esaltata la furbizia, i ragazzi ci guardano e si adeguano al clima.
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“Ben venga maggio e ‘l gonfalon selvaggio” (Poliziano). Qualche paese va a votare il suo sindaco e lo fa portandosi in cabina rabbie, risentimenti, attese, rivalse e le solite speranze di cambiamento che restano a salve per l’equivoco (che resiste) della soluzione finale affidata al solito uomo solo al comando. Magari lo si cambia (e da noi per fortuna è ancora possibile farlo) ogni cinque anni, della serie “proviamo anche con questo, caso mai faccia il miracolo di mantenere quello che promette”. Diffidate da chi promette mari e monti: già promettere “mari” in montagna dovrebbe insospettire, ma anche di “monti” ne abbiamo fin troppi qui in giro. Eppure, il Comune resta l’ente più a portata di voce, se qualcosa si può migliorare è partendo dal basso, quelli che stanno in alto nemmeno ci degnano di un’occhiata, sono presbiti, si vantano di guardare lontano e così gli sfuggono le piccole cose del piccolo mondo antico.
Proprio adesso che formalmente il sindaco viene eletto direttamente, con tanto di nome e cognome (fino al 1993 veniva eletto dal Consiglio comunale) non è più come un tempo quando davvero il sindaco in paese era una “autorità” indiscussa. “Accampata a l’opaca ampia frescura / Veggo ne la stagion de la pastura / Dopo la messa il giorno de la festa. / Il consol dice, e poste ha pria le mani / Sopra i santi segnacoli cristiani: / — Ecco, io parto fra voi quella foresta / D’abeti e pini ove al confin nereggia. / E voi trarrete la mugghiante greggia / E la belante a quelle cime là (…) — Questo, al nome di Cristo e di Maria, / Ordino e voglio che nel popol sia. — /
A man levata il popol dicea, Sì”.  (“Comune rustico” – Carducci).
Altro che PGT. Il console-sindaco applicava la democrazia diretta per alzata di mano. Adesso ci si illude che il sindaco-console faccia da solo, senza consultare e mettere ai voti che è una perdita di tempo, ma ognuno di noi vorrebbe che risolvesse il suo problema, per piccolo che sia, anche a dispetto, anzi, magari soprattutto a dispetto del vicino di casa. L’orgoglio comunitario che descrive Carducci (“Un fremito d’orgoglio empieva i petti”) si è frantumato negli interessi personali.