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Sinner o Orban?
foto di 2026 Getty Images

Anche per le elezioni italiane del prossimo anno si porrà il problema del rafforzamento della politica europea. È palese l’impotenza dei singoli Stati nel panorama internazionale. È urgente quindi che l’Europa debba diventare una federazione che funziona come un grande Stato e una economia molto più potente dell’insieme precario di singole nazioni. Non può sfuggire al lettore italiano, come non è sfuggito agli elettori ungheresi, nonostante la massiccia e subdola propaganda russa nel paese, che la posta in gioco è dirimente: o si sta con l’Europa e la si rafforza, oppure ci si condanna alla totale irrilevanza sul piano internazionale.
In questi giorni di campagna elettorale ungherese mi sono chiesto più volte: ma i magiari si ricorderanno dell’invasione russa del 1956 o si saranno completamente dimenticati?
Ho conosciuto l’Ungheria nel 1980, prima della caduta del muro. Eravamo partiti in quattro in una Skoda con il delirio tremens. Nel baule la tenda e l’attrezzatura per cucinare. Volevamo conoscere direttamente i paesi dell’est sui quali la stampa italiana si diffondeva in descrizioni critiche. Ovviamente un’esplorazione turistica da sola non riesce a capire come funziona un sistema.
Alla fine, si portano via impressioni abbastanza superficiali perché non si riesce a cogliere esattamente come stanno le cose.
Quel viaggio ebbe però per me una grande fortuna: conobbi un ragazzo ungherese, Janos, con il quale intrattenni una lunga corrispondenza per circa 20 anni. Janos, aveva un padre spagnolo rifugiato in Ungheria dopo la sconfitta dei repubblicani in Spagna. Dopo la perdita del genitore era cresciuto in una famiglia ungherese e aveva scoperto le sue origini iberiche da adulto. La curiosità sulla sua provenienza lo portò a studiare spagnolo e a cercare di intercettare turisti spagnoli ed italiani con i quali potesse parlare e instaurare relazioni amichevoli. Era operaio in una fabbrica tessile e ci accompagnò nell’esplorazione di Budapest fornendoci spiegazioni di ogni genere: storia, economia, cultura. Nella visita ad una mostra sulla storia dell’Ungheria ci tradusse i testi. Il suo racconto del 1956 è molto istruttivo.
Era un bambino e percorrendo i marciapiedi dopo l’invasione russa chiese a suo padre: perché queste persone dormono sul marciapiede e non nel loro letto? Il padre rispose: “Ragazzo questi sono morti, non sanno dormendo”. All’epoca era ancora molto vivo il ricordo dei carri armati russi. L’adesione dell’Ungheria all’Unione Europea credo sia molto legata all’esperienza negativa del Patto di Varsavia e al controllo stalinista dei paesi satelliti dell’URSS.
Orban ha vinto le prime elezioni proprio sull’onda della liberazione da una sudditanza. Poi ha cambiato completamente posizione e si è definito un topolino in ammirazione del leone Putin. Potevamo ritenere, noi, Europei di vecchia data, che gli ungheresi si fossero dimenticati dei morti della repressione russa? In realtà, i risultati delle elezioni di domenica 12 aprile, ci dicono che, soprattutto i giovani, pur non avendo vissuto quel periodo, hanno comunque un’idea precisa dei rapporti di sottomissione che il regime aveva con Mosca.
Il ritorno a quei tempi è stato nettamente fermato domenica e gli ungheresi hanno sottoscritto, con una partecipazione alle elezioni vicino al 80%, che il loro futuro sta con l’Europa e non con il sabotatore di ogni iniziativa del Consiglio Europeo. Vogliono rafforzare l’Unione ed escludere tassativamente un appoggio all’invasore dell’Ucraina.
Ci sono dei margini di ambiguità nel vincitore Magyar, ma le prime dichiarazioni ci confortano. Pare che sia convinto che i veti posti dal suo predecessore debbano essere rimossi e i 90 miliardi per aiutare l’Ucraina siano immediatamente da sbloccare.
Detto questo torniamo all’Italia. L’anno prossimo le elezioni nazionali dovranno necessariamente riguardare, anche, se non soprattutto, la nostra partecipazione all’Unione Europea. E allora si pone una questione che incide direttamente sulla politica italiana: stare dalla parte di chi vuole rafforzare l’Unione o stare dalla parte di chi la vuole sabotare? La questione è e diventerà sostanziale nella campagna elettorale 2027 e quindi: stare dalla parte di Trump che combatte l’UE e aiutare Putin nella sua invasione? Non sarà di certo una scelta irrilevante di politica internazionale. Diventerà un problema che riguarda direttamente tutti gli elettori italiani.
E allora si pone l’interrogativo: stare con la Meloni che vuole mantenere il veto di ogni singolo Stato sulle decisioni europee, paralizzandole, oppure fare in modo che l’UE snellisca le sue procedure con voti più democratici che si fondano su una maggioranza e non sulla dittatura delle minoranze? L’Unione, negli ultimi mesi, ha dimostrato con notevole sicurezza da che parte stare. Lo ha dimostrato anche per l’ultima sciagurata guerra contro l’Iran. Nessun appoggio alle follie di Trump e Netanyahu. È necessario che l’elettore confermi all’Europa dove collocarsi. La Meloni pare abbia già deciso: sta dalla parte di Orban. Ovvero dalla parte dei conservatori fortunatamente perdenti. È indubbio che gli italiani preferiranno vincere.