Logo
Trescore e dintorni

Di cosa ci parla l’evento sconvolgente accaduto a Trescore? In primo luogo, della solitudine esistenziale precoce dei ragazzi. Le fasi dell’età evolutiva si sono modificate. Fino agli anni ’70 compresi – la periodizzazione è ovviamente leggermente nasometrica! – si era bambini fino ai 13/14 anni, poi si entrava in una breve adolescenza e poi in una giovinezza che trascolorava quasi subito nell’età adulta. Oggi l’adolescenza incomincia prima e si chiude presto. A partire dai 18 anni entri nella giovinezza, che dura fino ai 34 anni. Tra le cause, è fondamentale l’uscita precoce dalla latenza sessuale. Che gli ormoni si mettano in movimento a 9 o 10 anni tanto nei maschi quanto nelle femmine ha conseguenze neuro-biologiche, esistenziali e sociali rilevanti. Incomincia l’adolescenza e con essa, spesso, la solitudine. La famiglia, o quel che ne resta oggi, c’entra con tutto ciò? Moltissimo. Sarebbe necessaria, ma c’è sempre di meno. E non solo perché educare è diventata un’operazione psicologica e culturale più complicata, visto che il Cellulare è diventato un competitor educativo costante, assillante, pervasivo. Ma anche perché nessuno o quasi educa i futuri educatori. I “corsi per fidanzati” di parrocchiale memoria non preparano alla responsabilità genitoriale. Anche perché molti giovani, oggi, preferiscono per le ragioni più diverse, non fare figli. Il matrimonio, d’altronde, è sempre più provvisorio. Il “marito” e le “moglie” sono sostituiti dal “compagno” o dalla “compagna”. Le famiglie si compongono, si sciolgono, si ri-compongono. Alla fine, meglio un cane da portare a spasso…
Una conclusione si può subito trarre: il passaggio dalla famiglia patriarcale – fatta di nonni, zii celibi o nubili, di fratelli in quantità – alla famiglia nucleare ha reso più difficile l’impresa educativa. Se poi il nucleo familiare si scinde… Aiuterebbe la partecipazione a comunità educative più o meno formali: l’oratorio, gli scout, le società sportive, i circoli culturali, le comunità di scopo.
Ma se i genitori non si rendono conto della propria debolezza educante e non esplorano le possibilità che hanno intorno a loro…
Un’agenzia educativa fondamentale resta la scuola. Ma la sua struttura non è stata creata per educare, ma per istruire. La dimensione cognitiva è certo un tassello fondamentale dell’educazione, ma non sufficiente da solo. Il deficit più grave della scuola è quello della mancata personalizzazione dei percorsi di ciascun ragazzo. L’insegnante entra in classe e si trova di fronte livelli assai variegati di acquisizione delle conoscenze. È vero che le bocciature e gli abbandoni “spontanei” restringono il range tra primi e ultimi, ma, in ogni caso, mentre agli “ultimi” si dà grande spazio e si presta grande attenzione alle varie e crescenti categorie dei “Dis-“: dis-calculici, dis-lessici, dis-grafici, dis-ortografici, dis-prassici (difficoltà di coordinazione motoria), affetti da Adhd (deficiti di attenzione e iperattività), assai meno lo si dà ai “plus-dotati”, ai “gifted”, secondo la classificazione dell’OCSE. Per quanto è dato di capire, il tredicenne di Trescore appartiene a quest’ultima categoria. Oggi, nella scuola, sono i più “disadattati”. È vero che fior di Circolari invitano a costruire un “Welfare educativo”, centrato sul benessere degli alunni.
Ma il fatto è che le figure di cui dispone una scuola sono da tempo immemorabile sempre le stesse: il preside, l’insegnante, il bidello. Nessuno di loro è stata preparato per seguire personalmente il percorso cognitivo, emotivo, esistenziale del ragazzo. Questa figura si chiama “tutor”. Non è attualmente prevista né per quanto riguarda gli insegnanti in formazione nelle scuole né per quanto riguarda gli alunni. Il “tutor” è una figura intermediaria tra la famiglia, il ragazzo, l’insegnante della materia. Elabora il Piano di studio personalizzato con la famiglia e con l’alunno, ne segue le tappe della realizzazione, si confronta con lui. È realmente la continuazione della genitorialità con altri mezzi.
Le scuole si sono buttate sugli psicologi. Meglio che niente, si intende. I ragazzi hanno bisogno, come tutti, adulti compresi, di essere ascoltati, di parlare. Ma lo psicologo non appartiene all’itinerario, resta pur sempre una figura esterna. Toccherebbe alle istituzioni educative cambiare in fretta per star dietro ai cambiamenti antropologici e culturali, che le giovani generazioni anticipano, senza chiedere il permesso a quelle precedenti. Non saprei dire qui che cosa può la politica circa la famiglia. Quanto alla Scuola, potrebbe moltissimo.