«Pereira si mise a pensare alla morte, sostiene. (…) Pereira era cattolico, o almeno in quel momento si sentiva cattolico, un buon cattolico, ma in una cosa non riusciva a credere, nella resurrezione della carne» (“Sostiene Pereira” – Antonio Tabucchi). Il personaggio (nel film del 1995 interpretato da Marcello Mastroianni) è in crisi personale, nel contesto di una dittatura per lui “solo” fastidiosa, fino a un incontro che cambierà il suo noioso portarsi da un caffè a un altro, da casa alla stanzetta di una squallida redazione di giornale e alla fine prenderà posizione beffando alla dittatura. Ma gli resterà quel dubbio che lo tormenta, nell’essere cattolico ma nel non riuscire a credere nella resurrezione della carne: c’è anche il fatto di sentire il proprio corpo pesante, obeso, perennemente sudato e non riuscire a immaginarlo “risorto” tale e quale e doverselo tenere così per l’eternità. L’amico Padre Antonio nel romanzo è infastidito dai dubbi di Pereira, ci sono altri problemi, lo accusa di eresia. Ma quello di non credere nella resurrezione della carne gli sembra marginale. I teologi si sono impegnati a spiegarci che non è che risorgeremo nella condizione in cui siamo morti, ma come “persona”, o come “corpo spirituale” secondo la definizione di S. Paolo: “Questo corpo corruttibile si vestirà di incorruttibilità e questo corpo mortale di immortalità”.
Ma questo Padre Antonio, “semplice francescano”, non ebbe la pazienza di spiegarlo all’amico Pereira. Tutto ruota intorno a quel vocabolo, “resurrezione”. Vorremmo tutti risorgere ma al meglio, nello splendore degli anni migliori della nostra vita, senza portarci dietro errori imbarazzanti che abbiamo commesso e preferiamo rimuovere.
La Pasqua è la celebrazione della Resurrezione. E mi torna in mente il libro di Stefano Zecchi in cui si racconta che in Kashmir c’è un tempio dove si sostiene sia sepolto Gesù. Che secondo il racconto del romanzo, non sarebbe morto in croce, sarebbe stato tolto dalla croce ancora vivo (con la citazione della meraviglia di Pilato quando gli chiedono il corpo: “Pilato si meravigliò che fosse già morto”) e da qui le successive citazioni di quando Gesù chiede qualcosa da mangiare, si fa toccare da Tommaso ecc. Ma S. Paolo è categorico: “Se Cristo non è risuscitato, allora è vana la nostra predicazione ed è vana anche la vostra fede” (1Cor 15,14).
In un mondo dell’hic et nunc, come il Natale, anche la Pasqua sta diventando una “festa” sempre più “pagana”. Poi mi viene in mente che sono passati più di duemila anni e quella fede, magari ridotta solo a speranza (della serie: “proviamo anche con Dio non si sa mai”), ha comunque segnato la storia di gran parte dell’umanità. E in fondo certe sere mi sento di ripetere, mettendo in sordina i dubbi e le perplessità, “mane nobiscum Domine, quoniam advesperascit”.
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In soccorso alle nostre paure di piombare nella completa marginalità come Stato, a parte Sigonella, che, a differenza del 1985 e di Craxi, è negata agli americani ma con “riserva”, non ha aiutato perdere il mondiale di calcio. Ci resta qualche moto (proprio nel senso delle moto) d’orgoglio: dopo la Ducati ecco l’Aprilia spopolare sulle piste straniere. E poi Sinner che macina vittorie in America, e quel pilota giovanissimo, Antonelli, in Formula Uno. Sport individuali, d’élite, in sintonia con l’individualismo imperante. Da ragazzi tutti giocavamo a calcio, in cortile, sui campetti. Oggi non trovate un cortile e un campo libero, non riservato alle “scuole calcio” (costose ma inadeguate, visti i risultati). Un ragazzo di 20 anni non ha mai visto l’Italia giocare un mondiale. E anche chi ha la mia età dubita di vederne un altro. Prosit.

