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L’agire comunicativo
foto tratta da globalist.it

La recentissima scomparsa di Jürgen Habermas, filosofo tedesco che ha fortemente influenzato la storia culturale europea degli ultimi cinquant’anni, interessa anche i lettori di questa rivista, in quanto cittadini. Questo perché la filosofia non è affatto una forma superiore di sapere, che si suppone capace di stare al di sopra dei rami dello scibile umano: esse serve a costruire le condizioni dell’“agire comunicativo” tra gli individui. Diversamente dall’“agire strategico”, volto al conseguimento del potere e che, a questo fine, usa il linguaggio per convincere, persuadere e manipolare, “l’agire comunicativo” è un tipo di azione in cui le persone non cercano semplicemente di ottenere un risultato o imporre la propria volontà, ma puntano a raggiungere un’intesa reciproca attraverso il dialogo. Il che implica cercare un accordo basato su argomenti razionali, prendere sul serio il punto di vista degli altri, essere disposti a cambiare idea, se gli argomenti degli altri sono migliori dei miei.
Dette così, sembrano le normali leggi del galateo da rispettarsi tra le persone. In realtà, sono molto di più: sono la base di una società che riesca a mantenersi democratica. E che oggi la democrazia, come modalità di governo delle differenze tra gli esseri umani, come singoli e come gruppi, stia attraversando un periodo di bassa reputazione non solo nelle società a direzione autocratica, ma anche in quelle a direzione democratica, pare evidente. Quando noi parliamo, dice J. Habermas, noi avanziamo, esplicitamente o no, tre pretese di validità: la verità di ciò che asseriamo, la correttezza socio-morale dei nostri comportamenti, l’autenticità dei nostri atti. Il dialogo consiste nel giustificare queste pretese.
La filosofia qui non ha più pretese metafisiche: diviene ermeneutica del linguaggio, arte dell’interpretazione. Come a dire: nella vita quotidiana gli uomini parlano, comunicano, esperiscono, agiscono. Compito della filosofia è rendere trasparente la loro comunicazione, cioè trasformare l’agire strategico in agire comunicativo. Perciò siamo chiamati ad una permanente terapia del linguaggio, sia nel senso che le parole debbono essere sempre oggetto di scelta critica accurata – il linguaggio come oggetto di terapia – sia nel senso che il parlare tra essere umani può diventare una terapia – il linguaggio come soggetto di terapia-. È questo, d’altronde, il principio della Logoterapia attraverso la quale si riesce a ricostruire il senso dello stare al mondo. La crescente autoblindatura di molte persone e, soprattutto, di molti adolescenti in bolle di comunicazione autoreferenti conferma che l’agire comunicativo non è un ennesimo slogan accademico, ma una necessità sociale.
È stato osservato e rimproverato a questa posizione di trascurare, per un verso, la potenza delle passioni umane, della rabbia e dell’ira e, per altro verso, la brama di dominio che scaturisce dalla natura umana. Nella scuola sociologica di Francoforte, da cui Habermas è partito, era molto forte il discorso sul dominio e sulla microfisica del potere, capace di insinuarsi in ogni piega delle relazioni umane. Per fare fronte alle dinamiche reali della natura umana – si tratta, alla fine, del “peccato originale” – non si devono però operare fughe in avanti utopico-messianiche – come talvolta hanno fatto esponenti di quella scuola, Herbert Marcuse tra questi, che, alla fine, sacrificano alla necessità della trasformazione sociale radicale le “modeste” pragmatiche dell’agire comunicativo, cioè la democrazia liberale. Esso non prevede il cambiamento deciso dall’alto – questa è stata l’esperienza del comunismo – della natura umana né la fine dei tentativi di dominio dell’uomo sull’uomo. Può solo ogni giorno spingere ciascuno ad assumersi le proprie responsabilità.
Di questa consapevolezza dei propri limiti, in ordine al cambiamento dell’uomo e della società, è certamente segno l’attenzione di questa filosofia al ruolo costitutivo della religione nella fondazione delle norme morali. In un famoso dibattito del 19 gennaio 2004, sia il Card. Ratzinger sia Habermas hanno ripreso il paradosso, formulato nel 1967 dal filosofo del diritto Ernst-Wolfgang Böckenförde, secondo il quale “lo Stato liberale secolarizzato vive di presupposti che non è in grado di garantire”. Lo Stato democratico ha bisogno di un ethos, di una visione morale, di una prospettiva di vita che non è in grado di elaborare. Anzi: che non può/deve elaborare, pena la sua trasformazione in uno Stato totalitario. In ciò, consiste appunto il paradosso. In questo spazio si apre il discorso del Sacro.