Guardo la mano poco ferma che si ferma sopra i tasti e aspetta me. I miei occhi, intanto, se ne vanno intorno a un bosco che sembra avere ritrovato all’improvviso l’energia per fare bello questo mondo che di essere bello se ne frega da troppo tempo. Mesi che passano come frammenti veloci lanciati a caso dentro al mio tempo, il mio corpo che fatica e io che cerco di farlo sorridere di me. Mi tengo stretta come se ci fosse un po’ di giustizia nel mio cuore, e potessi donarmela con il mio corpo. Fateci caso, i nonni che incontriamo faticano a muoversi, ma dentro corrono, il corpo non ascolta l’anima, il cuore vorrebbe battere ancora d’amore e forse lo fa.
Io intanto porto il mio cuore su un balcone fiorito, mi ricordo quando mi stava dentro e sapeva di mandarino sbucciato, mio cuore strano, avanzo di questo disordine di foglie, petali, sorrisi, che divampa come il vento, sul balcone tende la bandiera, asciuga la camicia, ride tra i fiori.
E mi ricordo quando coi miei occhi appuntiti nuovi di zecca sul tavolo di legno disegnavo cavalli e andavo come loro, un animale non sa che c’è la morte e vive e basta e corre e piega l’erba come la pioggia fa col prato, il grillo con la notte, semplicemente.
E io ora intanto prendo questi giorni colorati di sole pulito, quel sole di marzo che non è ancora fiaccato e sfiancato dal caldo, li ritaglio come pezzi di puzzle a cui cambiare la forma a seconda dell’umore che ho. Come una barchetta di carta che in una pozzanghera continua imperterrita a navigare. Non sapendo che non è il mare.

