L’ultima Pasqua bergamasca del Vescovo di Bergamo Mons. Francesco Beschi
Sono passati 17 anni da quel gennaio 2009 in cui fu annunciato il nome (e cognome) del nuovo Vescovo di Bergamo.
Sono passati 17 anni da quel gennaio 2009 in cui fu annunciato il nome (e cognome) del nuovo Vescovo di Bergamo. Un bresciano che, come leggerete, lascia da… bergamasco. Dopo i convenevoli passiamo subito alla conversazione.
Lei compie 75 anni, il 6 di agosto. E questa sarà l’ultima Quaresima e l’ultima Pasqua da Vescovo di Bergamo o ci sarà una proroga?
«Ma da quanto il Papa ha detto a noi vescovi ultimamente ad Assisi, dovrei proprio concludere, quindi io mi sto disponendo in questo senso. Quindi dovrebbe essere l’ultima Quaresima e l’ultima Pasqua a Bergamo»
Allora è tempo di bilanci. Come ha trovato Bergamo 17 anni fa? Mi pare fosse gennaio…
«Era il 15 marzo, l’annuncio è stato fatto il 22 gennaio e l’ingresso il 15 marzo».
Ecco, da 17 anni fa ad adesso, come è cambiata Bergamo in generale e la Chiesa di Bergamo in particolare?
«L’impressione quando sono arrivato 17 anni fa è stata quella di una Chiesa ancora molto solida, radicata sul territorio con una presenza molto significativa, ancora con un clero abbondante, eravamo allora 850 preti e appunto una una solidità che vedevo poi così alimentata da un senso della tradizione, non del tradizionalismo, della tradizione, molto forte, quindi una consapevolezza della propria storia e di una storia che appunto si esprimeva attraverso tanti segni, tante manifestazioni. E anche un forte senso di appartenenza e di identificazione nella chiesa. Ecco, queste sono state le cose che mi hanno colpito quando sono arrivato da una diocesi vicinissima, ma che aveva già caratteristiche diverse. Ecco, in 17 anni è certamente cambiato il mondo, è cambiata Bergamo ed è cambiata anche la diocesi di Bergamo e non ne faccio soprattutto una questione quantitativa. E’ vero, se dal punto di vista quantitativo vediamo una contrazione di numeri sotto ogni profilo, il cambiamento è proprio un modo di porsi e un modo di essere recepita la Chiesa Bergamasca, che appunto è molto più provocata dai cambiamenti culturali, dai cambiamenti sociali e quindi in questi anni ha dovuto porsi la questione di come continuare la sua missione e direi che questo interrogativo non ha trovato ancora una risposta compiuta, non l’ha trovata in Italia, nella chiesa in Italia, non l’ha trovata nella chiesa in generale. Però la sofferenza direi in qualche modo anche della diocesi di Bergamo è proprio che il punto di partenza era quello che ho ricordato e il cambiamento è avvenuto in termini molto veloci».
E la grande tragedia del Covid non ha aiutato o ha addirittura peggiorato questo cambiamento?
«Certamente, io ritengo che il dramma della pandemia non sia stato adeguatamente elaborato, a livello sociale e a livello pastorale. Dico questo perché, incontrando le persone, toccando questo tema, vedo emergere ancora tanto dolore e anche tanti interrogativi che meritavano di essere approfonditi. Noi da buoni bergamaschi, ormai lo dico anch’io, siamo partiti in quarta soprattutto dal punto di vista del lavoro e ci siamo lasciati un po’ indietro i sentimenti che però abitano ancora nell’anima delle persone. Certamente dal punto di vista pastorale la pandemia ha rappresentato una novità, direi, sofferta, dolorosa sotto tutti i profili e ha avuto come conseguenza un’ulteriore contrazione di numeri. Devo dire che anche girando, ascoltando i sociologi, ascoltando le parrocchie, questa accelerazione, questo passaggio, questo gradino in giù che abbiamo compiuto era un po’ nell’ordine delle cose, cioè di questa progressiva contrazione numerica. Nello stesso tempo, appunto, c’è stata un’accelerazione di questo movimento».
ARTICOLO COMPLETO SUL NUMERO IN EDICOLA DAL 6 MARZO

