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Vilminore, l’addio di don Angelo. Va a Tagliuno. “Mi sono definito un ‘prete volante’. Ho praticato la ‘spiritualità delle briciole’”

Don Angelo se ne va. Nove anni lassù in valle (ha appena compiuto a febbraio i 46 anni) e adesso l’annuncio, dato da lui stesso, del suo trasferimento alla parrocchia di Tagliuno, una delle tre parrocchie di Castelli Calepio (le altre due sono Cividino e Calepio).
“Sono entrato in parrocchia il 7 ottobre 2017”. Ti ricordi il giorno e quasi anche l’ora come un… incubo? Arrivavi da una cittadina alle porte di Bergamo, un grande Oratorio e ti prendevi in carico una realtà di parrocchie sparse (7). Da un ministero compatto come un oratorio a uno frastagliato.
“Sì, otto chiese, otto case parrocchiali, 7 cimiteri”. E non avevi nemmeno il Curato. “Però ho sempre avuto due validi aiutanti, don Domenico Gritti, novantatré anni e don Sandro Baronchelli che compirà quest’anno gli ottantatré”. Vivete nella stessa canonica.
Com’è il rapporto tra voi? “Ho trovato due sostegni validi e saggi che mi hanno accompagnato in questa esperienza, poi mi hanno aiutato a fare condivisione, vita in comune nel senso che ci si prende un po’ cura gli uni degli altri, loro nei miei confronti hanno sempre dimostrato uno sguardo paterno e io nelle loro piccole necessità ho sempre cercato di andargli incontro”.
Hai attraversato anche i momenti tragici del Covid. E ti eri inventato un appuntamento vocale dal… campanile. “Sì, era l’appuntamento del mezzogiorno della domenica e diventava l’occasione per ritrovarsi in un momento in cui eravamo tutti isolati. Era il modo per cui la gente, affacciandosi dalle finestre e dai terrazzi riceveva un po’ di conforto e di speranza”.
E tu parlavi dall’alto del campanile. “Sì, dopo non ero sempre su fisicamente perché c’erano le casse e io potevo parlare dal giardino della canonica. Ma il giorno di Pasqua del 2020 sono salito e da lì ho salutato un po’ tutti”.
Hai dei rimpianti di cose che non sei riuscito a fare in questi nove anni? “Soprattutto la prima parte, quando ho dovuto prendere in mano una situazione, diciamo un po’ confusa e disordinata, sotto l’aspetto economico soprattutto, i primi anni sono stati impegnativi dal punto di vista burocratico e questo mi ha fatto trascurare un po’ le relazioni con le persone e la cura che avrei potuto avere per altri aspetti della pastorale.”.
Sono passati nove anni: com’era la valle e com’è adesso? “Sicuramente il problema della denatalità e della diminuzione delle persone in questi anni è un fatto. Ma la valle è molto vivace, bisogna guardare soprattutto a quello che c’è, ci sono tanti gruppi di volontariato, il rischio è guardare sempre le cose con il segno meno davanti e invece bisogna guardarle un po’ con il segno più, per le attività ci sono, ho cercato in questi anni di far lavorare insieme le comunità, puntare sulla collaborazione, perché abbiamo lo stesso obiettivo di bene e lo stesso progetto, se ci si frammenta il rischio è solo quello della dispersione. Sottolineo il lavoro fatto con gli adolescenti, una settantina che si riuniscono a Vilminore, superando i campanilismi. Credo che si debba avere l’attenzione ai ragazzi, ai giovani per sviluppare il futuro”.
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