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Referendum tra sì e no

Certo, sarebbe stato meglio che il Parlamento avesse trovato un accordo. Chiamare a referendum vuol dire rovesciare sulle spalle dei cittadini l’onere di risposte, che i nostri parlamentari erano chiamati a dare. E, visto che deve essere una faccenda di cittadini, sarebbe opportuno che i partiti stessero alla larga dal dibattito, visto che il loro contributo, almeno finora, è stato quello della brutalizzazione. Ecco perché la sera del venerdì 20 febbraio l’Associazione culturale “Il Testimone” ha organizzato a Clusone un dibattito tra due costituzionalisti, Carlo Fusaro e Barbara Pezzini, per circoscrivere con precisione il perimetro, dentro il quale si possa esercitare utilmente il diritto di voto. Tanto per incominciare, la posta in gioco del quesito referendario non riguarda affatto la tenuta della democrazia italiana.
Alcuni noti sostenitori del NO accusano quelli del SÌ di votare per Meloni-Trump. Dal fronte del SÌ è arrivato un manifesto che assicura che i picchiatori di Askatasuna votano senz’altro NO. Da questa propaganda simmetricamente demenziale, il cittadino elettore si ritira nel proprio guscio come le lumache. Traguardato senza le lenti sporche dello scontro politico, che solo elezioni politiche possono dirimere, il quesito referendario chiede se si sia d’accordo o no con la separazione delle carriere dei Magistrati in “inquirente” e “giudicante”, con la conseguente istituzione di due Consigli superiori della Magistratura, che verrebbero formati con il ricorso al sorteggio per la scelta del terzo di membri laici e dei due terzi dei membri togati.
Da quanto è nato lo Stato-nazione moderno, sono stati praticati due modelli di processo penale: “inquisitorio” o “accusatorio”.
Quello “inquisitorio” si propone di difendere il Re, cioè lo Stato, il Governo e il Potere. Tanto il giudice che accusa quanto il giudice che assolve/condanna stanno seduti dalla stessa parte. Questo modello è praticato a tutt’oggi in Cina, Russia, Cina, Turchia, Iran, Paesi arabi, Venezuela… È tipico degli Stati autoritari.
Quello “accusatorio” intende garantire il riconoscimento dei diritti inviolabili dell’imputato. Esso è praticato in tutte le democrazie liberali dell’Europa, dell’America del Nord, dell’Asia.  Qui è il Pubblico Ministero che deve dimostrare la colpevolezza dell’imputato e deve contendere con la difesa “ad armi pari” di fronte a un Giudice “terzo”. Il quale, pertanto, per essere effettivamente neutrale, non può avere comunanza di carriera con il PM né può considerarlo un collega che, come lui, rappresenta l’autorità statale e sta al di sopra o gode di una posizione privilegiata, rispetto alla difesa. L’Italia ha praticato fino al 1989 il modello inquisitorio, che proviene dal Fascismo. Nel 1941 il Ministro Grandi abolì la separazione funzionale delle carriere dei magistrati, vigente nello Stato liberale, per la quale il PM dipendeva dal Ministro dell’Interno, il Giudice dal Ministro della Giustizia, e istituì l’unicità istituzionale delle carriere, giustificandola con il carattere totalitario del potere dello Stato fascista. Così il Consiglio Superiore della Magistratura (C.S.M.) è diventato l’istituzione di autogoverno corporativo di tutti i magistrati.
Perché la separazione delle carriere è così importante? Mentre nella divisione liberale dei poteri il legislativo e l’esecutivo sono eletti dai cittadini, quello giudiziario è un pezzo dell’Amministrazione dello Stato che si autocoopta in base a regole decise dalla corporazione stessa, senza nessun controllo democratico. Non accade per nessun altro ramo dell’Amministrazione statale. Non accade agli insegnanti, agli impiegati statali, ai funzionari.
Come ormai denunciato da molti Magistrati, la Magistratura si è organizzata e divisa in partiti, che, diversamente dai partiti politici, non sono né di destra né di sinistra: sono gruppi di potere che si spartiscono le Procure, i Ministeri, decidono le carriere. Così se un giudice cassa un’inchiesta piena di falle di un PM, difficile che venga poi votato per una carica da quel PM. E viceversa. Le carriere sono diventate un labirinto intricato di favori reciproci, finalizzati alla conquista di poteri e prebende. Chi perde in tutto ciò? L’imputato. Egli diventa la merce di scambio del gioco perverso di ambizioni, favori, cariche. Spezzare questo intrico è oggetto del quesito referendario. Se farlo o no, e eventualmente “come”, questo è l’oggetto reale del referendum. Si capisce che i Magistrati siano, non tutti, contrari. Quanto ai cittadini, decideranno loro.