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|QUELLI TRA CALCIO E REALTÀ/7 – Menech, il Carnevale e la sconfitta a Dortmund, una giornata da dimenticare
Mamma mia, che giornataccia per Domenico. La mattina è andato al lavoro, ma fin lì niente di male. Anzi. In cantiere ha trovato Emilio, l’elettricista. Con lui quattro battute le scambia sempre.
«Eh Menech dai che stasera vincete facile! Dai che quest’anno diventate veramente campioni d’Europa!»
«È arrivato subito il gufo di prima mattina. E invece voi del Milan quando giocate? Siete già qualificati agli ottavi di Champions League?»
«Bellezza, noi ne abbiamo già sette di coppe in bacheca! Voi ne avete una, ed è pure quella tarocca. Ma cosa fai qui a sistemare dei tubi? Perché non sei a Dortmund?»
«Perché devo lavorare! Non ho il tuo buon tempo che ogni fine settimana sei in giro a sciare. Ho una famiglia da mantenere io!»
«Dai piangina. La prossima vita faccio l’idraulico come te. Voi sì che siete capaci di farvi pagare…»
«Magari. No, non sono andato in Germania perché non c’era nessuno. Quel marcione di Franco ha detto che in ufficio è un periodo troppo pieno.»
Ma Domenico lo sa che quella non è tutta la verità, è solo una parte, quella più facile da usare come scudo nelle conversazioni da cantiere, quella che meno lo imbarazza, che lo espone poco allo sfottò altrui e alla propria insoddisfazione interiore. Perché Menech oggi non avrebbe potuto muoversi. Oggi è carnevale. È il martedì grasso. È il giorno della sfilata dei carri. E lui è costretto ad esserci, perché sua moglie ci tiene tanto: è da mesi che tutte le domeniche passa i pomeriggi in oratorio a tagliare, sistemare e incollare per preparare la coreografia. Cucire non lo fa perché non è capace, e poi, in quella sezione, in quell’aula dell’edificio semi-sacro, possono accedere solo le cape del paese.
Ma soprattutto glielo ha chiesto sua figlia, la sua bambina, anche se ormai sta per finire le medie. Però l’ha guardato con quegli occhioni furbi e azzurri a cui Domenico non sa dire no. Quegli stessi occhi che già iniziano a chiedergli di poter uscire il sabato sera, «però solo fino alle 10 e mezza». È questo l’unico vincolo, del resto non sempre rispettato, che lui riesce ad imporre.
Così martedì pomeriggio si è trovato vestito, truccato e con la parrucca che tanto gli fa prurito sulla fronte. E poi via la solita marcia lenta, quasi infinita. I carri che si fermano perché non passano nelle vie strette. La musica alta che prova a far ballare le altre comparse. I coriandoli lanciati in faccia, che si infilano dietro il coppino sono poco meno fastidiosi dei bambini che gli spruzzano addosso le stelle filanti spray. E poi l’imbarazzo: la gente ai bordi della strada che lo riconosce, lo saluta e ancor peggio lo fotografa. E lui costretto per tutto il pomeriggio a mantenere un sorriso più finto delle scenate di Bastoni.
Però, quello che gli dà la forza di arrivare fino al palco della giuria, senza imprecare troppe volte il Padreterno è che la sera gioca l’Atalanta. Certo, non essere andato ancora al Westfalenstadion gli irrigidisce lo stomaco di rabbia. Otto anni fa lui c’era e quella è una delle trasferte più belle della sua vita. Se ci pensa bene forse è stata proprio la migliore. Se la gioca solo con quella del novembre 2017 in Inghilterra, quando la Dea ha annientato l’Everton 1 a 5.
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